lunedì 28 settembre 2009

I PANNI SPORCHI NON SI LAVANO A BRUXELLES






Se questo è un presidente della Repubblica. Di grazia, ditemelo voi. Per esempio, esiste un conflitto di interessi grande quanto una casa e lui niente. Nicchia. E' di tutta evidenza un monopolio assoluto - spropositato - esercitato da uno solo su e contro tutti. E lui? Tace. Zitto e mosca! E poi, c’è il famigerato Lodo Alfano: l’avvocato inglese Mills - corrotto dal premier in carica - è già stato condannato da mesi. E cosa succede? Niente di niente. Il corruttore resta lì. A Palazzo Chigi. Al contrario, Napolitano che fa? Scrive una lunga lettera alla Corte Costituzionale in cui suggerisce alla Consulta una sentenza moderata al riguardo, morbida, senza troppi pregiudizi ad personam. Come se non si trattasse di un volgare scempio normativo.


Avanti, che altro c’è: la libertà d’informazione sotto sequestro. Le notizie sigillate. Telgiornali inguardabili. L’altro ieri con un tranello-promozione al giudice Scaduti all'antimafia, che si sta occupando del processo dell’Utri - già condannato in primo grado per mafia - il parlamento stava per escogitare un sistema per dilatarne i termini così da far cadere il reato in prescrizione. E ancora, le navi dei veleni affondate in Calabria. Imbarcazioni cariche di sostanze tossiche e radioattive. Il che vuol dire distruzione totale del territorio e delle uniche risorse economiche regionali: turismo e pesca. Il resto in effetti è 'ndrangheta e clientelismo assistenziale.


E quasi in fondo alla lista dei malanni che cominciano ormai a salire a galla: toh, una manifestazione a Roma lo scorso sabato. Associazione Familiari vittime di mafia sfilano con migliaia di cittadini liberi che sbandierano a Piazza Navona agende rosse in segno di provocazione. A voler simboleggiare l’agenda del giudice Borsellino scomparsa misteriosamente dopo la sua morte. E la questione Mancino? Ne vogliamo parlare? Quell’oscuro signore che va ripetendo imperterrito ai giudici che si tratta solo di fantasie. Che non vi fu alcun accordo tra Stato e Mafia nel lontano ‘93. E dichiara spavaldo di non ricordare affatto quel giudice lì. Ancora lui, Borsellino. Che forse sì, probabilmente gli avrà stretto la mano quel giorno. Tra le cento persone salutate – così asserisce lui. Quasi si trattasse di un garzone qualunque a cui si dà la mancia. E non del giudice antimafia Paolo Borsellino!

Una lista del genere - oltre ad arretrare l’Italia di molte posizioni livellandolo a un paese da terzo modo – segnala la sindrome di un processo allarmante di de-civilizzazione tanto morale che politico. Una metastasi. Un degrado che si espande in modo irreversibile su tutto il territorio nazionale. Vi sarebbero addirittura gli estremi per venire sbattuti fuori dall’Europa. E senza alcuna possibiità di rientro. Perché, ricordiamolo, per accedere all’Unione Europea occorrono tre parametri, tra i quali un requisito – diciamo così - fondamentale: la democrazia interna e la libera informazione.


Dunque, che razza di presidente della repubblica ci sta rappresentando? Uno che va a salutare i deputati europei made in Italy e conclude l’incontro con una raccomandazione da pater familias poco diligente: per favore – dice il presidente - evitate di usare le istituzioni europee come cassa di risonanza per ingigantire le lamentele e i problemi di carattere nazionale. Ingigantire? Esagerare? Cosa vuole dire, che i panni sporchi non si lavano a Bruxelles ma a Palazzo Chigi? Vale a dire nello stesso palazzo del signore che ha corrotto l'avvocato MIlls? Mi stupisco come fatti del genere non risultino allarmanti agli occhi del garante della costituzione. E che costui invece di denunciarli, li copra. Un avvertimento del genere è cosa di una gravità inaudita, specie perché viene da un Presidente della Repubblica nell'esercizio delle sue funzioni.


Bene ha fatto dunque De Magistris a denunciare l'ennesima raccomandazione alla "normalizzazione" su L’Unità di ieri, nella sua rubrica “L’agenda rossa”. Male ha fatto invece il cosiddetto garante della Costituzione a implorare omertà istituzionale ai legittimi rappresentanti degli elettori. Mossa sibillina e sbagliata. Niente vero. I deputati dovrebbero proprio vigilare in sede parlamentare europea sugli standard - previsti da Maastricht - da mantenere. E collaborare fattivamente per il ripristino della legalità in tutti i paesi dell’Unione. Ovunque ve ne fosse bisogno, inclusa l’Italia ovviamente. Un attimo. Ma costui, è un garante della costituzione… o della corruzione?

venerdì 25 settembre 2009

IL LIFTING DI DANIELA COME BURKA OCCIDENTALE


Meglio il burka o la chirurgia plastica?
La Santanché per esempio è rifatta. E' una povera ayatollah della chirurgia estetica come è noto. Ma la Santanché è anche strafatta. Drogata cioè di pregiudizi. Appunto. E questo è il vero problema estetico. Pertanto non le piace vedere il burka né le donne che lo portano. Gli abiti troppo lunghi odia. E chi non è velina odia. Chi non mette i bikini. Chi non ha mai fatto lo strip-tease in vita sua. Legittima motivazione, perché no. Democratica aspirazione a prescindere dal metodo – perché no - di una donna emancipata che vive in un mondo libero come quello occidentale. Il burqa nasconde il viso. Lo deforma. E la Santanché non sopporta l'idea che qualcuno privi una donna del suo viso. Considera tutto ciò una mutilazione fisica.

Bene. Fin qui tutto sacrosanto. Anche se è a reclamarlo è proprio una fascista borghese da salotto per cui conversare è metafora di conservare. Una mondana intrattabile con l’inguaribile vizio etnocentrico di chi capisce tutto e la fissa conclamata della superorità della razza e della civiltà.



Al contrario io non mi reputo un intollerante. Quanto a me, non sopporto il lifting. Tutto qui. Lo detesto. Del resto anche il sottoporsi a un trattamento chirurgico per tirarsi la pelle è deformare il viso. Così alzarsi il naso. Il culo. E' una deturpazione dei tratti. Mutazione. Non tanto dissimile dallo snaturare una caratteristica originale.


A mio parere è una forma di fanatismo estremo che la dittatura della bellezza televisiva ci impone ogni giorno, impone alle donne. Un obbligo comportamentale degno di uno golpe talebano. La bellezza è un obbligo. Un diktat. Merce compulsiva da scambiare per ottenere vantaggi. ll viso quindi va trattato. Il mondo delle veline ce lo insegna ogni giorno. Le famigerate escort. La De Filippi. Lele Mora. Il ricco paparazzo ricattatore. E anche lei, la Santanché. Paladina del femminismo e della emancipazione sessuale.


Di qui, una squadra di bellocce infighettate appena post adeolescenti che come regalo del loro diciottesimo compleanno ottengono una operazione facciale. Oppure per rialzarsi i seni. Ritoccare le cosce cellulitiche. Anche questo è burqa. Anche questo è fanatismo del fascino a tutti I costi e della perfezione corporea.

E' singolare perciò che proprio una donna rifatta e quindi con un burka incartapecorito sulla faccia - come la Santanché - se la prenda tanto con un altro burka esterno fatto solo di rete e stoffa, tra l’altro reversibile e non come il suo.

Quale è ora il problema fra le due tipologia due burka: che forse le legittime indossatrici sono entrambe sullo stesso piano di schiavismo. ne sono sicuro. Non è anche la ricca femminista destrorsa - poverina - vittima di una mentalità fondamentalista? Non è sottoposta anche la poverina alla tirannide della dittatura della bellezza?

Pietà per la Santanché quindi. Vanesia donna usata e deturpata e strapazzata in diretta da tv e giornali. Esibizionista compulsiva del video e prigioniera dello stesso video su cui fa le comparsate mattutine per spiegare meglio alla casalinga di Voghera il culturame occidentale. Aiutiamola.

L'idea che lancio qui sul blog oggi è la seguente: costituire in suo soccorso una associazione di donne emancipate contro il fanatismo estetico della chirurgia plastica. Contro tutti gli ayatolla del lifting che deturpano il viso - guardate Laura Antonelli, poverina, forse non esiste una donna occidentale con un burka peggiore!


Lo slogan sarà questo: liberiamo le donne occidentali dal burka della bellezza a tutti i costi.
Liberiamole dalla chirurgia plastica.
Dai dietologi imam.
Dai taliban in camice bianco.
La chirurgia plastica crea dipendenza.

Ma soprattutto, come si può notare dalla reazione esagitata della Santanché, crea una insana competizione fra fanatiche dello stesso sesso. Uno scontro di civiltà tra sessi repressi. Come dire, una lotta ad armi pari tra donne vanitose: è più bello il burka mio. No, il burka estetico rifatto da me è molto più bello. E giù le borsettate fino ai lividi. E la Santanché acida invidiosa che non può nemmeno tirare i capelli!

martedì 22 settembre 2009

IGNAZIO LA RUSSA / diariospycam

Ci sta una vibrazione strana nelle vene. Che non è di cellulare. Interviste. Funerali di Stato. Le vittime. Bagno di folla. E l’omelia alla santa messa. Tutte lacrime da protocollo. Ma oggi io mi sento un vero ministro della Guerra. Mia moglie me lo dice giusto a pranzo. Alla buvette, dove mi raggiunge. Che lì costa veramente poco. E sei servito e riverito da signore. Ignazio… adesso sembri proprio un vero ministro della Guerra. Dice che ho la statura dello statista. Così dice mia moglie. Che sembro uno del Gran Consiglio sembro. Come ai vecchi tempi. Vecchissimi proprio. Alemanno che ordina di mettere il tricolore alle finestre. Ce l’abbiamo fatta. Minchia. Minchia. Picciotti… siamo ritornati, nel vero senso della parola. E ora facciamo la storia. Spezzeremo le reni all’Afghanistan. Una piazza Venezia mediatica abbiamo conquistato. E tutti ci ascoltano con lo share. Le televendite. Le telepromozioni.

Ma quale difesa e difesa di staminchia! Io sono un vero ministro della Guerra. Ma quale peace keeping e missione di pace e tutte queste minchiate qua… Macché. Io sono un ministro della Guerra. Mi è squillato d’improvviso il cellulare. E’ un generale che mi chiama. Un tempo con i generali organizzavamo il golpe Borghese. Oggi siamo al governo punto e basta. Tutto in casa. Alla luce del sole. Purtroppo devo interrompere di scrivere questo diario qua segreto. Rispondo al cellulare rispondo. Pronto generale. Esatto, sono il ministro della Guerra. In persona. Mi dica… mi dica generale.






( IDEALMENTE TRATTO DAL DIARIO PERSONALE DI IGNAZIO LA RUSSA)

lunedì 21 settembre 2009

IL BUON SOLDATO EUGENIO, OVVERO, LEZIONI SCALFARIANE


Eugenio Scalfari – filosofo, intellettuale, giornalista nonché intimo amico dello scrittore Italo Calvino, amico con ebbe a condividere esperienze e ideali, inclusa la comune fede nella memoria resistenziale – si è trasformato ieri nell’editoriale “Come e perché restare a Kabul” in un guerrafondaio a pieno titolo. E i motivi li adduce con piglio deciso. Tanto da sembrare a tratti un piccolo Marinetti post-futurista alle prime armi. Ma purtroppo gli scappa un piccolo lapsus partigiano. Proprio mentre sta elaborando un preambolo sulla necessità di restare laggiù. A un certo punto Scalfari ammette con una franca e genuina ingenuità, forse senza nemmeno accorgersene vista l’età: “Le SS e la Wehrmacht – qui sta stabilendo un paragone con le truppe alleate - avevano le loro regole d’ingaggio che prevedevano la rappresaglia.” E quindi cita via Rasella, a Roma e l’eccidio delle fosse Ardeatine come effetto di quell’attacco. Allo stesso modo ricorda altre numerose stragi nazifasciste. Per rappresaglia.
E poi aggiunge ingenuamente: “In Afghanistan accade che molti civili vengano uccisi da bombardamenti mirati per colpire covi di terroristi”. E’ un fatto grave secondo lui, ma non si tratta di rappresaglia. “Ed in effetti i militari Usa e Nato si scusano per quegli errori”. Qui evidentemente prende le veci del Console onorario o si finge perfino ambasciatore!

Ma è proprio quando l'ambasciatore filosofeggia sul “nemico” che viene allo scoperto. E cade nel tranello ordito da lui stesso, per elaborare un editoriale emotivo su richiesta: a misura ovviamente di lettore medio domenicale, svegliatosi da poco e che non vuole neanche sentire troppe rotture di coglioni. Ma è tardi per il nostro ex direttore. Oramai il parallelo è bello e stabilito. La metafora è stata consumata. E cioè, la seguente: i nazifascisti/USA-NATO (sempre adoperando la metafora del Maestro) controllavano/controllano in maniera visibile il territorio mentre i partigiani-nostrani / beduini-nemici insorgevano/insorgono spuntando invisibili dal nulla e attaccando l’invasore/intruso. Nel primo caso – stando al filosofico ambasciatore - la reazione sarà una rappresaglia. Nella seconda, è un errore e se ne scusano democraticamente.

Evidentemente è un fatto complicato inserire i nostri morti in una casella precisa per dare un senso che non sia tragico al loro sacrificio. E come giustificare la loro eroica missione: di pace? Di guerra? Per la ricostruzione? Per la democrazia? O addirittura, per concedere Parità di diritti alle donne col burka?
Ma Scalfari ci dovrebbe anche spiegare un’altra cosa. Se è vero che gli americani – come dice lui – buttarono giù a suon di bombe il regime talibano dell’emiro Omar che appoggiava Bin Laden (ancora latitante tra l’altro, mentre i nostri poveri soldati in missione –naturalmente meridionali - e i civili muoiono) perché, gli americani non buttano giù - visto appunto che sono esportatori di democrazia – anche il corrotto e antidemocratico Karzai che ha truccato le ultime elezioni? Tutti lo sanno benissimo che quelle elezioni erano truccate, con delle liste pre-stampate. Scalfari incluso. Esiste un video. Ma forse i motivi per i quali siamo laggiù sono veramente altri e Scalfari non ce lo vuole raccontare. Preferisce filosofeggiare. Marinettare. Adoperare sapienti metafore. Certo, per non turbare il risveglio dei suoi tranquilli lettori moderati, quelli che in pigiama stanno leggendo il suo editoriale domenicale e si stanno spalmando il burro sul crostino.

E invece è proprio a causa del non-detto, di questi ipocriti e insostenibili infingimenti (Giuliana Sgrena e Barbara Spinelli comunque ce ne hanno abbondantemente parlato) che è scappato il lapsus a uno dei Gran maestri (non della Loggia) ma del giornalismo italiano. E guarda caso proprio mentre difendeva a spada tratta la nostra presenza in quei luoghi martoriati. Dimenticati da Dio e dagli uomini. Anzi, da Allah e dai giornalisti onesti.

sabato 19 settembre 2009

iL GIORNALISMO COL BURKA DAVANTI AGLI OCCHI




LA GUERRA E' PACE

LA LIBERTA' E' SCHIAVITU'

L'IGNORANZA E' FORZA


(George Orwell, 1984)

mercoledì 16 settembre 2009

ABRUZZO, BERLUSCONI RIAPRE LE CASE CHIUSE


Il terremoto come velina. La tragedia come Soap opera. I giornalisti Rai come escort. E paradosso dei paradossi: canone annuo intestato agli utenti. L’oscena trasmissione che si è consumata ieri sera con il presentatore più strisciante d’Italia è degna di un porno tedesco - quanto a contenuto scandaloso. Oscurate le principali reti sia pubbliche che private e con la benedizione dei vescovi regionali, il cardinale incaricato della messa mediatica - Bruno Vespa - ha pontificato indisturbato. Allontanando così ogni sospetto di magagne e affari loschi. Falsità che Karakirisushi si appresta a sbugiardare nei prossimi giorni.


L’evento merita uno squallido titolo da macchietta (anche da marchetta, perché no) da poveri commedianti dell’arte casereccia: “Abruzzo, Berlusconi riapre le case chiuse”. Il premier in persona se ne occupa. E giù montaggi da perfetto cinegiornale salazariano. Via la riedizione più spinta e in formato mattone della “Battaglia del grano”. Sceneggiata spudorata delle inverecondie nazionali. L’ultimo spot-trovata per glissare sul nulla. Prostitute Rai e adescatori targati Pdl che gridano al miracolo. Attenzione. Tenetevi forte. È severamente vietato vomitare Occorre agire. Reagire civicamente. Hanno oltrepassato lo scandalo! Siamo oltre il regime. Oltre l’indecenza etica. Oltre ogni suburra politica. Al di là del nazionalpopulismo mediatico. Giorno dopo giorno lentamente scivoliamo nel post-fascismo più estremo. La Repubblica di Arcore che si affianca a quella più obsoleta di Salò. Il trucco c’è ma non si vede. L’illusione che si sostituisce al bello della diretta. Altro che turarsi il naso. Qui c’è solo da tirare lo sciacquone. Ovvero, spegnere il televisore. Fate presto.

domenica 13 settembre 2009

NEL PAESE DEL GIORNALISMO SENZA MEMORIA


Riaprire o non riaprire i processi sulle stragi mafiose degli anni novanta? Attenti a quei due. E guardate un po' a chi tocca discutere di mafia. Al ministro Alfano e al presidente Schifani. Sentite questa per esempio: "Se vi saranno elementi per riaprire i processi sulle stragi i magistrati lo faranno con zelo e coscienza e siamo convinti che nessuno abbia intenzione di inseguire disegni politici, ma solo un disegno di verità". A parlare è il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, l'altri ieri a Gubbio. Ma il presidente del Senato, Renato Schifani, avverte: "Nessun pm evochi i fantasmi di un passato lontano".
E il ministro chiarisce di lì a poco: "Probabilmente c’è un certo rancore della mafia nei confronti di un uomo come Silvio Berlusconi che l’ha combattuta non con parole ma con i fatti".

Appunto. I fatti. Tenendosi tuttora Dell'Utri in Senato, condannato in primo grado per associazione mafiosa. E definendo Vittorio Mangano - lo stalliere mafioso di Arcore - "un eroe". Ma attenti a quei due, ripeto: Alfano e Schifani. Per il primo c'è un video che lo incastra mentre bacia il boss Croce Napoli. Niente di particolare, era stato invitato a un matrimonio che lui dapprima finge di non ricordare. Poi gli mostrano il video e zac, gli ritorna la memoria. Qui cito Francesco Viviani (La Repubblica 6 febbraio 2002):«Adesso ricordo, adesso che ho appreso altri particolari su quel matrimonio, ricordo di esserci stato, ma su invito dello sposo e non della sposa». Quanto al boss, non solo non lo conosce affatto, ma mai aveva sentito parlare di lui. Premesso: Alfano è nato ad Agrigento. E non lo sapeva. Nulla sapeva del boss. Gliel'ha dovuto spiegare un giornalista di Repubblica dopo il matrimonio, venuto apposta da Roma.


Vicenda analoga a quella di un altro ex ministro democristiano, Calogero Mannino,( agrigentino anche lui) invitato alla cerimonia nuziale in qualità di testimone di un rampollo della famiglia Caruana Cuntrera, il cui ex patriarca faceva il boss di professione. Neppure Mannino lo conosceva. Di recente è stato assolto, giustamente. La versione di Mannino è quella opposta: l'ex ministro democristiano non aveva partecipato al matrimonio su invito della sposa, bensì dello sposo. Per fortuna non ci si sposa da soli, altrimenti sarebbero guai giudiziari per gli invitati!


Rimane irrisolto il nodo della partecipazione agli sponsali di un altro ministro di Grazia e Giustizia, Clemente Mastella nonché dell'attuale UDC Totò Cuffaro. Invitati al matrimonio di Campanella, politico e amico di lunga data di entrambi. Fu l'uomo di fiducia che aiutò il boss Bernardo Provenzano a espatriare a Marsiglia per una operazione chirurgica. E poi dicono che i politici non lavorano per una Sanità più efficiente! Arrestato in seguito, i due eccellenti invitati al matrimonio dichiararono limpidamente che, niente videro e niente seppero (per tutti quegli anni) delle losche attività del braccio destro di Provenzano. Al momento Campanella gode di un programma di protezione, in quanto collaboratore di giustizia.


Ma ci stiamo allontanando dall'argomento. Ritorniamo a bomba, alle stragi. Attenti a quei due, dicevo. Al ministro Alfano e lo Schifani presidente mentre parlano di mafia e processi di mafia. Di Alfano è stato già detto. Ripeto, esiste un video. Articoli di giornale. Link su blog. Quindi non aggiungiamo veramente niente di nuovo.

Quanto a Schifani (ciascuno ha il cognome che si merita) conosciamo bene la polemica televisiva che vide partecipe Marco Travaglio, per aver detto una semplice ovvietà saputa e risaputa nonché scritta su libri di mafia: vale a dire la sua notoria e amicizia di vecchia data con scomodi personaggi del mondo imprenditoriale che si sono rivelati poi mafiosi e in quanto tali condannati.


All'epoca Travaglio ebbe a dire questo - per difendersi davanti all'audience, che aveva tra l'altro informato con una notizia certamente non di primo pelo: "Ho solo citato un fatto scritto già nel mio libro e in quello di Lirio Abbate, giornalista dell'Ansa minacciato dalla mafia, e cioè che Schifani ha avuto rapporti con persone poi condannate per mafia. O hanno il coraggio di dire - aggiunse Travaglio - che Lirio Abbate è un mascalzone e un mentitore?

Per concludere, attenti. Attenti a quei due quando vi parlano di Mafia e processi sulle stragi mafiose. Lasciamo simili argomentazioni a portavoce non dico più puliti, ma quantomeno al di sopra delle parti. Insomma, che siano moralmente abilitati a scagliare la prima pietra.

venerdì 11 settembre 2009

diariospycam - Ben Alì

L'altro giorno mi arriva al palazzo il presidente del Consiglio italiano con un gommone. Sbarcato sulle coste senza protocollo. Aveva pagato qualcuno perché lo portasse in Africa. Lì, racconta lui alle autorità vorrebbe rifarsi un'altra vita. Un nuovo lavoro. Per esempio, vorrebbe fare il vu'cumpra' di televisioni commerciali. Già, incamminandosi in lungo e in largo per la spiaggia fitta di bagnanti e urlando a squarciagola: vu cumpra'... vu cumpra', alla fine ha trovato un cliente: un certo Tarak Ben Ammar. Della Tarak Ben Amnar Quinta Communications.

Il bello è che gli italiani non si sconvolgono più per il conflitto di interessi. Neppure se il loro presidente del Consiglio si traveste da Vu cumpra' clandestino sulle spiagge, approfittando delle sue pezzenti visite di stato in cui incontrra tycoon beduini e compra televisioni tunisine a tutto andare. E' incredibile, gli italiani non si scandalizzano di niente. Non so, forse perché loro non hanno il Ramadan ma si confessano ad un prete cattolico e lui gli dice qualunque cosa facciano: figliolo, ti siano rimessi i tuoi peccati... boh, sara questo.


Durante la visita di Stato con me, in Tunisia, questo vu cumpra' di televisioni l'ho dovuto accogliere. Sono il presidente della Tunisia. Al termine di questo incontro l'ho sentito parlare in pessimo francese a Ness Nessma, programma della televisione satellitare tunisina Nessma TV a cui lui ha partecipato sia come ospite che come acquirente azionario per il 50 % che appartiene a Mediaset e alla società di Tarak Ben Ammar Quinta Communications. Per intenderci, quello incontrato dal vu cumpra' sulla piaggia. Più sentivo parlare lui alla tv tunisina e più pensavo tra me e me: POVERA, povera Italia!

(IDEALMENTE TRATTO DAL DIARIO PERSONALE DI BEN ALI - PRESIDENTE TUNISINO )

martedì 8 settembre 2009

MIKE BONGIORNO CI LASCIA E NON RADDOPPIA


Se il buongiorno si vede dal mattino cominciamo proprio bene la giornata: è morto Mike, il famoso presentatore televisivo. Nel primo pomeriggio comunque, così battono le agenzie. A Montecarlo. Infarto. Questo narrano indiscreti i referti radiotelevisivi. Età: 86 anni.
Ci lascia definitivamente questa volta e non raddoppia. Nessuna vena di malsana ironia. Per carità di Dio, intendiamoci. Ma va detto quantomeno agli invasati televisivi che con lui scompare oggi il più famoso “salumiere dell’etere”. L’inventore della spazzatura televisiva. Del telequiz. Dei ricchi premi ai più poveri: tattica eccellente. Premiarne uno, per diseducarne cento. Colui che ha trasformato la consolazione televisiva in consolazione sociale. Il grande banalizzatore passato alla storia per grande comunicatore. Si aprano così le danze per questo immenso cerimoniale compulsivo della tumulazione minuto per minuto, in diretta televisiva. La morte come ennesimo messaggio promozionale. La commozione come continuazione post-mortem dell’audiance. Miracolo dello share che si rivela più potente del becchino. Avanti tutta, con la commemorazione posticcia, da dare in pasto agli affamati di icone. Di divi televisivi che hanno fatto la storia mentre la storia si stava “facendo” a noi more ferarum!

Se andiamo avanti di questo passo - con questo buonismo mortifero e di quarta mano, che non lascia spazio a opinioni trasversali - un giorno ci toccherà commemorare perfino la morte di Maria de Filippi. Di Pippo Baudo. Di Maurizio Costanzo. E di tutti i nazionalpopolari più abusivi dell’etere. Intendiamoci però, lo ripeto: noi non vogliamo essere così cinici da strepitare come stupidi, “Allegria”. No. Naturale che la morte di qualunque persona o personaggio è un evento oggettivamente luttuoso. Ma come è scritto nell’ Antigone: “Chi è stato nemico in vita, amico in morte non lo diventa”. Offriremo dunque una degna sepoltura virtuale a Mike Bongiorno in queste poche righe commemorative sul blog, senza unirci al coro insulso di elogi sperticati e ipocriti - inclusi quelli di Berlusconi e Franceschini (in Italia non c’è opposizione neppure nei telegrammi, incredibile, dicono le stesse cose anche lì).

Lasciamo dunque alle prefiche mediatiche il compito stracciarsi le vesti a Porta a Porta, sicuramente accanto a fighe telegeniche che piangono e che urlano la scomparsa del grande imbonitore del quiz! Noi, fuori dal coro, attaccheremo invece tutti i disastri compiuti da questa oscena forma di comunicazione commerciale. Del marketing che ha assassinato la televisione pubblica racconteremo. Diremo che questo è un buon giorno per la casalinga di Voghera: finalmente libera anche lei di emanciparsi, naturalmente se il quartier generale dove è morto l’eroe dei due mondi mediatici, non avesse già disposto le nuove truppe, gli avamposti di presentatori, i vecchi trombati e i vecchi tromboni: i suoi colonnelli più fedeli, i vice sceriffi più estremi. I suoi soldatini di piombo arroccati in alto, per combattere allineati alle veline e agli idioti che avanzano marziali, pubblicità dopo pubblicità, messaggio promozionale dopo messaggio promozionale.

La verità è che è morto un padre fondatore della grande famiglia di Canale 5. E noi siamo fieri di restare dei bastardi autentici col pedigree della libera opinione. Apolidi della razza. Di non dover piangere parenti. Fratelli, sorelle, zii, cuginanze di terzo e quarto grado. È scomparso insomma un portatore sano di videocrazia - virus che ha depauperizzato il quoziente intellettivo medio degli italiani. Lo ha sequestrato ogni giorno, in casa, plagiandolo e ammaliandolo con due prosciutti crudi appesi in offerta speciale. Due cosce di ballerina desnuda. Quattro quiz per poveri dementi ritardati. A nostro modesto modo di vedere, chi contribuisce a impoverire le menti è colpevole o quantomeno è complice. Sì, complice di un delitto commesso in via subliminale.

Nessuna commemorazione professionale a Mike. Chiedo venia ai lettori. E’ morto un uomo. Punto. Ce ne dispiace. Punto. Il personaggio televisivo purtroppo lo abbiamo sempre odiato. Per ciò che ha rappresentato, per l’ipnosi collettiva che ha contribuito a consolidare. Narcotizzante stilema di domande e rispostine. E poi, perché da sempre abbiamo detestato le televisioni commerciali, le pubblicità che ingannano e pervertono i telespettatori. Scusate tanto, questo è un necrologio schietto. Sincero. Anzi, come avrebbe detto lui: Pane al pane… vino al vino. Attenzione però, non è un messaggio promozionale! E’ un requiem. Un requiem alternativo: punto e basta.

domenica 6 settembre 2009

ALEMANNO CHIAMA ER MONNEZZA RISPONDE


Li conosce tutti lui, il sindaco Alemanno: e non bastava mica Mario Mori ex dei Ros, colpevole di favoreggiamento per aver ignorato le informazioni sull'ultimo covo di Provenzano e da lui stranamente non considerato. No. Ripeto, non bastava nominare uno così come consulente sulla Sicurezza per il nuovo podestà capitolino. Non basta e non basta per un sindaco come Alemanno. Ultima ciliegina sulla torta delle nomine: Stefano Andrini, quattro anni e mezzo per tentato omicidio, appartenenza a gruppi neofascisti, in casa,a seguito di un sequestro della polizia vengono rinvenute pistole, tirapugni e altre quisquilie da bravo picchiatore. Fortunatamente si tratta di nomine della monnezza: cioè alte cariche per l'azienda comunale che si occupa di rifiuti urbani. Insomma, Alemanno chiama er Monnezza risponne. Ahò.
Benvenuti nel regno della meritocrazia.

giovedì 3 settembre 2009

DIECI DOMANDE A UN PUTTANIERE QUALUNQUE


C’era un tempo in cui erano i clienti che bazzicavano le prostitute a rischiare una denuncia per adescamento, risalendo ai nomi addirittura dal numero delle targhe. Il mondo di oggi è veramente cambiato: ultimamente è chi va a puttane che può querelare chiunque. In questo modo altamente democratico, che tutela la privicy dei puttanieri e degli adescatori, persino Antonio Gramsci si sarebbe risparmiato il carcere e la sua comparizione davanti al fatidico Tribunale Speciale per la Sicurezza dello Stato. Sarebbe stata sufficiente una banale denuncia per calunnia o diffamazione. Evidentemente Mussolini era un solo fascista ancora allo stato brado. Nulla sapeva di post-futuro, videocrazia e persecuzione politica in forma strettamente legale. Non immaginava neppure che dal doppio grado di giurisdizione si sarebbe passati al doppio grado di persecuzione.
La redazione di Karakirisushi per evitare eventuali i problemi legali come quelli del quotidiano La Repubblica, L’Unità ovvero ulteriori querele che hanno coinvolto personalmente giornalisti, comici e scrittori: da Luciana Littizzetto a Silvia Ballestra, si limiterà semplicemente a redigere un modesto questionario generico e indifferenziato da intitolare: DIECI DOMANDE A UN PUTTANIERE QUALUNQUE:

1) Quando hai incontrato le tue puttane?
2) Quanto le hai pagate?
3) Se non fossi un puttaniere qualunque come preferiresti essere chiamato?
4) Ti piace la passera?
5) Se la risposta è sì: tra quest’ultima e la politica, quale preferisci?
6) Usi frequente il Viagra?
7) Usi il preservativo?
8) Quanto spendi in media ogni settimana di profilattici?
9) Quale marca preferisci?
10) Se oltre a essere un puttaniere qualunque, fossi anche proprietario di televisioni, ti piacerebbe reclamizzare la tua marca preferita di profilattici?