giovedì 29 ottobre 2009

Il tricolore a luci rosse... bianco e verde





Scusate. E la Calabria? Una regione ormai distrutta: fottuta. Inguaiata e inquinata più della Campania. La Calabria è radioattiva. Quanto al futuro nessuna aspettativa o previsione. Turismo, annientato. Di pesca non se ne parli nemmeno. E lo sapete chi sono i colpevoli? Boh. Ci sono in corso delle indagini? Forse. E del patto fra Stato e Mafia? Boh. Lo sapevate ad esempio che nel famigerato "papiello" di Ciancimino Jr. rispuntano alcuni nomi eccellenti? Ve li hanno detti percàso? No. E lo sapevate che al processo Mills i giudici hanno confermatato l'accusa in appello? Anche in secondo grado la sentenza sostiene che l'avvocato Mills fu corrotto da Silvio Berlusconi. E lo sapevate infine che è in arrivo una leggina facile facile per mandare il reato in prescrizione? Ricapitoliamo: Chi ha sentito parlare in tv di Calabria, di sentenza Mills, del papiello Stato-Mafia: alzi pure la mano. Quasi nessuno.



Forse questo rumore assordante della cronaca politica passerà un giorno alla storia come una delle forme di autocensura più sublimi e subliminali dell'occidente. E' il silenzio perfetto. La regola è semplice: scandali. E scandali. E poi scandali. Che mai si discuta di politica. Ma per carità. Siamo matti? Non se ne parli neanche per metafora. Meglio simulare una specie di casa del grande fratello, invece che riassumere l'inettitudine di un Palazzo di assenteisti e fancazzisti. E' così che ci raccontano la vita a corte: festini. Festini e festini. Scandali su scandali su scandali. Trans e puttane. Coca e minorenni.

E' la morte della pubblica opinione. La totale assenza del senso comune, di ciò che si potrebbe definire pubblico interesse. Di riforme. Di dibattito politico. Di fatto la crisi occupazionale e il precariato non funzinano sullo schermo. Gli manca il sex appeal per apparire nei telegiornali. Gli operai sui tetti purtroppo fanno la fame ma non fanno audience. Diciamo così, sono troppo reali per entrare nella fiction! Paradosso: l'eccesso di reality che disturba la fiction.


E dunque si discuta di puttane, transgender. Di zoccolagine parlamentare e ministeriale estrema: fotografie, nudi, video e ricatti a peso d'oro. Cocaina a fiumi, minorenni e festini a go-go. Cronaca politica? No grazie. Meglio la cronaca rosa magari a sfondo pornomacarbo. Insomma ci informano solo su Chi sta con Chi. E Chi la dà a Chi. Chi la prende in culo da Chi. E' la stampa, bellezza. Ogni tanto qualcuno si dimette in diretta, giusto se lo scandalo ammoscia troppo l'audience. Se non si rizza lo share alla percentuale stabilita. E va fuori dalla casa del Grande Fratello. E magari anche fuori dalle palle. C'è chi resta dentro però. E non si muove. Non si muove e non si muove. Invoca a milioni di telespettatori attoniti che Lodo Alfano o no lui è stato eletto dall'audience. E cioè dagli stessi spettatori che quando spengono la "sua" tv vanno a votare anche in qualità di popolo sovrano.


Il messaggio dell'attore del reality show della politica è chiaro: chi è eletto è al di sopra della legge. Cioè un sovrano assoluto. (l'etimologia di Assoluto è proprio questa: sciolto da ogni vincolo con la legge). A quanto pare l'attore del reality non deve rendere conto dei suoi reati ai magistrati, altrimenti si abbassa l'audience del programma. Il budget della pubblicità.


Ma cosa ne è della crisi economica come notizia da prima pagina? Quali reali misure sono state intraprese finora - a parte finanziare le banche, cioè le stesse che questa crisi l'hanno determinata. Assolutamente niente. Finora ci hanno sviscerato solo puttane in diretta. Interviste a transgender. E quale piano per reagire alla crisi? O meglio, quanti economisti, quanti banchieri, sono stati invitati a parlare in un pubblico dibattito televisivo? Diciamo a occhio e croce, nessuno.

Silenzio da oltretomba. Ci regalano solo le foto, il video piccante di Marrazzo. Girato dicono i primissimi giorni di luglio e poi misteriosamente apparso due giorni prima della sentenza d'appello che riguarda proprio il premier e il giudice Mills. Miracolo della distrazione perfetta. Coincidenza? Zoccole e puttane a orologeria? Eiaculazione ritardata? Non si sa. Di certo è che la volgare trasformazione del nulla politico in uno squallido avanspettacolo a luci rosse ha preso piede. I panni sporchi, si lavano in tv!

È questo formicolante regime mediatico il vero partito oligarchico che ci governa. Un partito Trans-nazionale (bipartisan e lobbisticamente "bisessuale") che sovverte e perverte tutto e tutti. E' il fatidico centro della politica che finalmente rivela la sua autentica natura: il buco del culo! E' l'oligarchia del vuoto come horror vacui legislativo nonché del voto a perdere.


L’obiettivo bilaterale della politica si riduce a questo: azzerare ogni tipo d'informazione. Annientare i fatti. Formattare le menti. Accerchiare con la distrazione la pubblica opinione. Solo gossip. Basta. E' già troppo.

Da elettori attivi ci riducono al rango di spettatori inerti e passivi della merda catodica via etere. È la fogna estrema. E' il regime della cloaca istituzionalizzata. Di carabinieri che ricattano. Di presidenti regionali che vanno a trans. Di un premier a piede libero per corruzione ( ma anche coinvolto in una ridicola storia di puttane) che telefona a Marrazzo per avvertirlo che circola un video piccante su di lui. Come dire, male comune mezzo gaudio. Quasi che la corruzione fosse un fatto da rotocalco mentre i vizietti segreti dei leader, quelle sì vicende altamente istituzionali. Anzi, fottutamente istituzionali!

martedì 13 ottobre 2009

L'ultimo Tabucchi e la letteratura a orologeria






Ritorna Tabucchi. L'autore toscano temporeggia sul tempo con queste nove storie avvincenti che non mancano di affabulare il lettore. Si avvicendano così personaggi davvero singolari, stravaganti, talora ordinari. Minime esistenze retroverse: ora è un generale degradato che riguadagna l’alto rango in tarda età e che va alla ricerca di un coetaneo – un collega gallonato che fu ai vertici di un’armata che non esiste più - ora è un ex agente dei servizi segreti che collezionava gossip per conto del regime, ridottosi a vivere da nostalgico disoccupato benestante senza più vittime da pedinare.


Ma il ritmo scandito da Antonio Tabucchi in questo libro non fa invecchiare soltanto gli uomini, soprattutto ne deforma i luoghi: i simboli, le icone, le città che abitavano prima. Come se al rapido disperdersi del tempo corrispondesse una irreversibile perdita di senso.


Si tratta più che altro di racconti ascoltati altrove prima di trasmigrare sulla pagina; fatti e nomi presi in prestito dalla realtà, ricevuti a noleggio dalla vita. A guardarli bene in effetti sono esseri totalmente ordinari, immersi nel loro presente, solo lo sguardo è rivolto sempre indietro: pensano cioè a ritroso - à rebours - proiettati verso un passato neanche poi tanto lontano.



Questa volta il rovescio che ci regala l'autore sta proprio nella prospettiva temporale: è il presente a capovolgersi d’incanto lasciando così che si ribalti la memoria.


Figure nostalgiche, voci narranti, nomi re-inventati che avvertono il presente come un relitto del passato. Ogni personaggio si scopre d'un tratto reduce fatale di un evento. Eccoli qua, eleganti signori sui cinquanta, a volte più, attempati ex di fidanzatine ignare e mai afferrate:le lancette.


Esiste infatti uno scarto cronologico che delimita sia il confine temporale che quello territoriale all’interno delle storie. Un limite preciso per separare meglio il “prima” dal “dopo” in ogni racconto: e questo evento è il 1989. Il crollo del muro di Berlino; è lui il vero fantasma politico che aleggia costantemente nella narrazione – un po’ come accade nei romanzi di Joseph Roth, in cui il protagonista è quasi sempre la Prima Guerra mondiale. Qui è il muro. Quella cortina di ferro invalicabile che tagliò il mondo in due e che per sempre segnò col suo cadere la fine un’epoca, la totale cancellazione di una mappa geografica, toponomastica inclusa.


In questo senso ogni vicenda personale narrata nel libro appartiene alla storia collettiva di ciascuno. E' su questo filo spinato della memoria che corrono spericolati gli acrobati del nuovo circo tabucchiano, con i suoi aspiranti trampolieri, i suoi cavalli che girano e rigirano senza pennacchio, clown metafisici che si portano appresso una saudade baltica che spazia invisibile - come la geografia letteraria dell’autore - dalla brezza atlantica alla neve degli Urali.

Ma attenzione, Tabucchi è un attento ascoltatore oltre che un navigato scrittore. Uno scrittore che sa ammaliare i suoi lettori proprio perché possiede l’estro di lasciarsi incantare dalle storie altrui. Lo ripeto, attenzione, queste esistenze sono pura finzione. Il bluff estetico di chi simula di riportare meri fatti. E invece c'è da una parte il senso comune della confessione orale, dall'altro c'è lo stile impeccabile di chi sa ripulire, tagliare, distillare il tutto in una cospicua cifra letteraria.


Qualche anno fa in Salento, all’uscita da una sala cinematografica durante un Festival, lo scrittore chiese a sua moglie cosa ne pensasse del film in proiezione. La pellicola era "Requiem" di Alain Tanner, tratto dall’omonimo romanzo. E la signora rispose con una recensione lapidaria: “E’ un film che si prende il suo tempo”.

Ecco, credo che risieda in queste fugaci parole il segreto “familiare” dell’opera. Una storia unica fatta di tante altre storie a tema. Come dire, un libro senza pretese filosofiche sul tempo - e che a dispetto del tempo si legge tutto d'un fiato. Ma ripeto, c'è il trucco signore e signori. Abracadabra. E' tutto un artifizio magistrale: alta letteratura a orologeria. L’arte in realtà ha una coscienza temporale propria, uno spazio autonomo: appunto, è una storia che si prende il suo tempo!

sabato 10 ottobre 2009

Rosso di sera, premier in galera!





Karl Marx si complimenta con i compagni della corte costituzionale, con il compagno Napolitano, ex spia sovietica. E infine con il comunistissimo Ghedini, ottimo agente provocatore che ha redatto una simile mostruosità giuridica, senza poi volersene attribuire la paternità, tanta era la vergogna. A tal proposito Karl Marx ringrazia anche il compagno Alfano, per averla firmata con una bella X ministeriale - ‘u picciotto purtroppo non sapeva scrivere, mischino!
Marx ringrazia il rivoluzionario della quarta Internazionale Leghista, Umberto Bossi, pronto a prendere i fucili – neanche Pietro Secchia era mai arrivato a tanto - e tutti i rossi d’Italia che hanno collaborato a questo evento glorioso, alla rivoluzione d’ottobre peninsulare. Un debito di riconoscenza va agli ex rossi Giuliano Ferrara, l’ex sindaco comunista Bondi, l’ex Lotta Continua Paolo Liguori. E al più fervido leninista di tutti i tempi: il bolscevico Emilio Fede, colui che accusa ogni giorno in diretta i nemici del popolo, i controrivoluzionari da fucilare dopo la pubblicità.
Karl Marx ringrazia ancora il combattente stalinista – ahimè, post trotzkista – Farina. E infine, la vera reincarnazione deontologica di Berjia, il giornalista Vittorio Feltri.

Marx ringrazia i semafori rossi, le tovaglie rosse, i conti bancari in rosso, le guance dei timidi, i capelli di Nicole Kidman, i donatori di sangue. Tutti quelli che hanno contribuito con loro visibilità a dare una chiara indicazione cromatico-ideologica alla Consulta. Ringrazia Dario Argento e il suo cult “Profondo Rosso”, il cantante dei Simply Red. Grazie alla Costituzione dell’Italia comunista, di stampo nettamente togliattiana. E poi ringrazia perfino il comp…merata Fini, che tanto si sta battendo per la legalità in parlamento, chissà perché poi. (ndr. Mussolini esordì politicamente come rivoluzionario socialista - ricordiamolo, fu anche direttore de L’Avanti, non a caso durante il suo esilio in Svizzera conobbe Lenin, esule anche lui - ora, vuoi vedere che il delfino del repubblichino Almirante farà il percorso inverso?)

Ma bando alle ciance revisioniste. Karl Marx vuole ancora ringraziare con la mano sul cuore tutti, tutti i comunisti all’interno del governo, tutti i componenti del Gran Consiglio del Pdl, li ringrazia a uno a uno. E con una punta di disappunto invece, Karl Marx non vuole ringraziare nessun un componente dell’opposizione borghese, i 59 che non votarono contro lo scudo fiscale.

Chiaro, costoro comunisti non lo furono mai e mai lo diventeranno. Però, al grande vecchio, al Conducator mediatico, al più grande veterocomunista della storia, degli ultimi 150 anni, a costui, Karl Marx intende riservare l’estremo saluto: l’abbraccio finale, il commiato per questo inaspettato ottobre rosso made in Italy: a lui, all’amico inseparabile del vecchio compagno Vladimir Putin, ex Kgb dell’Unione Sovietica. A lui, al padre della patria comunista italiana… ecco, Karl Marx sentitamente ringrazia. Grazie di cuore, compagno Berlusconi!

domenica 4 ottobre 2009

Baarìa di Tornatore è una autentica vaccata!





Il film Baarìa non è da boicottare perché uccidono la vacca. È da non vedere perché è una autentica vaccata. E il regista Tornatore, tranne alcuni talentuosi guizzi, si rivela un perfetto regista di fiction. In effetti ci sono attorucoli idioti provenienti proprio da quel mondo là e catapultati poi sul set. Persino c’è un losco figuro preso in presisto da Zelig e da Striscia. Certo, se la produzione è quella: Mediaset oblige!

La sinistra dunque è in crisi non solo sotto il profilo politico, lo è sotto il profilo estetico. Come produzione del libero pensiero sganciato dai capitali sospetti. È vittima della mancanza di idee. Sceneggiatura quasi nulla. Trama inesistente. Milioni di parentesi per non raccontare una vicenda precisa per intero. La strage di Portella della Ginestra, dov’è? È citata in un trafiletto di giornale, all’angolo dello schermo, mentre operai e contadini con un bottone nero sfilano dentro la città. E poi basta. Tutta qui la memoria storica?

Francesco Rosi al posto di Tornatore. A Francesco Rosi va dato un Oscar alla carriera per averci raccontato degnamente, con l’arte vera della cinematografia libera e indipendente, il bandito Giuliano e il sindacalismo in quella terra martoriata. A Bertolucci, va dato un altro Oscar per averci raccontato la sinistra contadina e operaia in un capolavoro come Novecento. Altro che le quisquilie merdose di Tornatore, spacciate per film da Oscar e fomentate dai fondi personali del padrone d’Italia.

Era il sangue dei contadini ammazzati dalla mafia che volevamo vedere, non quello la vacca. Era il sangue dei sindacalisti uccisi che volevamo vedere raccontato al posto d uno squallido telefilm! A noi non interessano né le vacca né le vaccate antistoriche.

La verità è che Tornatore non sa montare un film. Non lo sa raccontare dall’inizio alla fine: ad esempio, è un regista anomalo perché non capisce davvero quali siano le parti da tagliare e quali da montare – è un vizio vecchissimo questo, comincia da lontano, dal film “Il Camorrista” e ugualmente si ripete “Nuovo Cinema Paradiso” benché siano entrambi film di ottima fattura.

Tornatore confonde in sostanza le battute spurie, le pantomime insipide da Bagaglino televisivo, dal senso dello humour e l’ironia autentica d’autore. Non scinde, non discerne il grano dalla pula. Tornatore confonde il film d’autore con la Soap Opera. E seguita imperterrito a girare ciak su ciak nonostante gli attori si muovano da marionette recitando come cani vergognosi.

Pietà per Baarìa. Oscar per la mediocrità, questo sì: meritato. Un falso storico montato a pennello. Rivestito da macchiette semidialettali e pantomime da pupari svenduti per tre soldi. E' una storia invece, quella sindacale sull’isola, costellata di scandali, malaffare, affollata da nomi di troppi morti o tragicamente scomparsi per mano della mafia, che ha inaugurato laggiù fin dal primo dopoguerra uno stragismo ante-litteram a livello regionale, incipiente, mutatosi poi in senso più allargato in stragismo di stato vero e proprio, fino al '93. Tornatore a questo punto, farebbe bene a leggersi gli atti processuali sulle ultime stragi di stato, in cui trapelano circostanziati sospetti anche sul nome del suo benefattore filmico!


A questo punto un consiglio ai registi e agli scrittori e attori di sinistra nonché a tutti gli artisti veramente liberi: smettiamola una buona volta di domandare oblazioni ( e far fare denari) a questo oscuro signore. Insomma, siamo o no in un regime? Allora dobbiamo Resistere! Dobbiamo girare i film con contributi onesti e non con soldi riciclati o sospetti, intestati a personaggi loschi. Soprattutto quando si tratta di film politici. Che raccontano la sinistra, una certa sinistra, la libertà. Altrimenti cadiamo in una trappola e non se ne esce più. Stesso discorso vale per Saviano. Delle due milioni di copie vendute dal coraggioso reporter di Gomorra, spettano all’autore solo il dieci per cento: il resto, alla distribuzione – Berlusconi – e all’editore – Berlusconi – e al librario che talora, se la libreria si chiama Mondadori, è sempre Berlusconi. Medesimo carisma proprietario sulla promozione di questo film ( cosiddetto di sinistra) prodotto e distribuito e promosso da un solo marchio. E che marchio!

La regola è piuttosto semplice e non vale solo per Tornatore: rifiutare in privato le offerte di chi coloro che disprezziamo in pubblico! Non dividere i proventi in privato con coloro contro cui andiamo a manifestare in piazza, magari proprio in favore della libertà d'informazione.



Ma insomma, cazzo, avete mai visto antifascisti fare la Resistenza e chiedere le armi in prestito a Benito Mussolini? A Tornatore chiediamo di redimersi offrendoci un remake del suo vero film da Oscar, questa volta sì di sinistra e in chiave veramente anti berlusconiana. Un film che racconti senza fronzoli lo scudo fiscale. Una vergogna da trasmettere a cinema e probabilmente intitolare: Nuovo Cinema Paradiso Fiscale!

giovedì 1 ottobre 2009

Il Pd sciopera contro se stesso: 59 da precettare


59 esponenti del Pd non si sono presentati ieri in aula per votare sulla incostituzionalità dello scudo fiscale. Tutti assenti. Più che una casualità, un caso politico. Leader come D'Alema, Bersani, Franceschini. L'onorevole Ceccuzzi, commissione finanze, l'ex ministro Damiano. Eccetera eccetera eccetera. Risultato: favorevoli all'incostituzionalità 215. Contrari: 267. Beh, quei 59 deputati avrebbero fatto la differenza. Ennesima occasione per vincere perduta. La solita sindrome di masochismo.

Mi chiedo, pur conoscendo bene la risposta, ma esisterà pure una possibilità di precettare i propri eletti in parlamento quando costoro non compaiono. No. E se non svolgono correttamente il loro mandato? Neppure. E' l'eterno duello simulato dei diversamente concordi. Il consumato gioco delle parti che occulta un comitato d'affari trasversale. Che lo scudo fiscale sia con voi.