lunedì 22 febbraio 2010

diariospycam / Guido Bertolaso

Non ci posso credere. Lo scandalo mi ha trasformato in una soubrette televisiva. E' bellissima l'inquisizione mediatica. Si sfila. Ti concede l'autoassoluzione in diretta. Cosa c'è di male nel lasciarsi massaggiare. Certo, risulta che cercavano dei preservativi e champagne sul luogo del relax. Embé? Li hanno trovati? No. E allora? Niente. Se non si trova l'arma del delitto non è delitto. Anche se nelle telefonate c'era del losco. Qui è uguale. Si parla di puttane a un certo punto nella telefonata. E' chiaro. Una brasiliana. Champagne e preservativi. Embè? Io che c'entro? Non è stato trovato niente. Mancano le prove. Su mio cognato. Che hanno gonfiato i prezzi del terremoto? Degli appalti alla Maddalena? Dicono in cambio di favori. Imprenditori. Raccomandazioni. Sistemazione di figli, giardinieri. Embé. Prima cosa i prezzi gonfiano, si sa. E' fisiologico. Sono come i preservativi i prezzi, si possono gonfiare come palloncini. Ma io cosa c'entro. Non c'è rilevanza penale. Manca la prova regina. E una maitresse che si chiama Regina non può essere una prova regina. Qualcuno dice: d'accordo... ma la rilevanza etica. Ma che c'entra l'etica. E' fuorimoda.


(LIBERAMENTE TRATTO DAL DIARIO PERSONALE DI GUIDO BERTOLASO)

venerdì 19 febbraio 2010

Scusate l'interruzione, la Mafia sta lavorando per voi


Liste pulite? Pene più severe a chi sgarra? Così dicono. Prendiamo un dialogo dal vivo. Realmente avvenuto in parlamento. Giornata di ieri. Codice di autoregolamentazione per le regionali. Di rilevante interesse etico. Presenti: 26. Sfiorato a malapena il numero legale. 10 membri Pdl. Il magro resto dell'opposizione.
Antonio Caruso, Pdl: "I partiti possono candidare chi vogliono, anche se condannati". Il deputato in questione si sta battendo contro l'approvazione dell'art. 5 che prevede l'ineleggibilità dei candidati i quali hanno commesso "delittti le cui caratteristiche rientrano nelle pratiche comune di carattere mafioso". Caruso non ci sta. E neppure il suo collega Pdl Francesco Paolo Sisto: "Non possiamo arrogarci il diritto di minacciare ritorsioni contro i partiti, che sono liberi di candidare chi vogliono". Tanto ci basta come aggiornamento.

giovedì 18 febbraio 2010

Ultimo tango a palazzo Grazioli



SCENEGGIATURA /

Ministri intorno a un tavolo ovale, candelieri, quadri alle pareti, divani rossi. Scena in penombra. Entrano un gruppo di escort mentre i ministri aprono lo champagne.

Prima Escort: Wow, bevete.... cosa bevete di bello?
Presidente: Champagne, cosa vuoi che si beva. Di marca buona... guarda.
Seconda Escort: Wow...
Presidente: - Come ti chiami, pupa?
Seconda Escort: Wow
Presidente: Sì, ma come ti chiami...
Seconda Escort: Mi chiamo proprio così... Wow. Wow Esposito!
Ministro: No, non ci posso credere...

Tutti ridono. Primo piano del ministro. Inquadratura della tavolata. Si spegne la luce.

Voce femminile: Ehi, chi mi ha toccato il culo?
Voce ministeriale: Ma che minchia ne so...

Risate. Si riaccende la luce. Il presidente sale sul tavolo, in mutande.

Presidente: Per le prossime elezioni faremo solo liste pulite!
Prima Escort: Wow!
Ministro: Ma wow... nel senso di nome?
Secondo Escort: No, wow... nel senso di wow...
Prima Escort: Ascoltate, io mi lavo spesso... faccio circa sei docce al giorno...
Presidente: Bene, sei pulita... tu protresi essere la prima da inserire in questa lista elettorale...
Ministro: Avanti, come ti chiami, che ti iscriviamo subito...
Seconda Escort: Ma l'ho detto... Wow, mi chiamo Wow Esposito!
Ministro: Perfetto, Wow Esposito nella lista... ti faremo presidente di regione!
Seconda Escort: Wow! Questa volta... nel senso di sorpresa!
Presidente: Il governo del fare...
Ministro: Uhm...
Prima Escort: Wow...

mercoledì 3 febbraio 2010

2 gennaio 1925, si vota il legittimo impedimento alla Camera



Signori!
Il discorso che sto per pronunziare dinanzi a voi forse non potrà essere, a rigor di termini, classificato come un discorso parlamentare.
Può darsi che alla fine qualcuno di voi trovi che questo discorso si riallaccia, sia pure attraverso il varco del tempo trascorso, a quello che io pronunciai in questa stessa Aula il 16 novembre. Un discorso di siffatto genere può condurre, ma può anche non condurre ad un voto politico. Si sappia ad ogni modo che io non cerco questo voto politico. Non lo desidero: ne ho avuti troppi.


L'articolo 47 dello Statuto dice:
"La Camera dei deputati ha il diritto di accusare i ministri del re e di tradurli dinanzi all'Alta corte di giustizia".

Domando formalmente se in questa Camera, o fuori di questa Camera, c'è qualcuno che si voglia valere dell'articolo 47.
Il mio discorso sarà quindi chiarissimo e tale da determinare una chiarificazione assoluta. Voi intendete che dopo aver lungamente camminato insieme con dei compagni di viaggio, ai quali del resto andrebbe sempre la nostra gratitudine per quello che hanno fatto, è necessaria una sosta per vedere se la stessa strada con gli stessi compagni può essere ancora percorsa nell'avvenire.

Sono io, o signori, che levo in quest'Aula l'accusa contro me stesso. Si è detto che io avrei fondato una Ceka. Dove? Quando? In qual modo? Nessuno potrebbe dirlo! Veramente c'è stata una Ceka in Russia, che ha giustiziato senza processo, dalle centocinquanta alle centosessantamila persone, secondo statistiche quasi ufficiali. C'è stata una Ceka in Russia, che ha esercitato il terrore sistematicamente su tutta la classe borghese e sui membri singoli della borghesia. Una Ceka, che diceva di essere la rossa spada della rivoluzione.
Ma la Ceka italiana non è mai esistita.

Nessuno mi ha negato fino ad oggi queste tre qualità: una discreta intelligenza, molto coraggio e un sovrano disprezzo del vile denaro.
Se io avessi fondato una Ceka, l'avrei fondata seguendo i criteri che ho sempre posto a presidio di quella violenza che non può essere espulsa dalla storia. Ho sempre detto, e qui lo ricordano quelli che mi hanno seguito in questi cinque anni di dura battaglia, che la violenza, per essere risolutiva, deve essere chirurgica, intelligente, cavalleresca. Ora i gesti di questa sedicente Ceka sono stati sempre inintelligenti, incomposti, stupidi. Ma potete proprio pensare che nel giorno successivo a quello del Santo Natale, giorno nel quale tutti gli spiriti sono portati alle immagini pietose e buone, io potessi ordinare un'aggressione alle 1o del mattino in via Francesco Crispi, a Roma, dopo il mio discorso di Monterotondo, che è stato forse il discorso più pacificatore che io abbia pronunziato in due anni di Governo? Risparmiatemi di pensarmi così cretino.


E avrei ordito con la stessa intelligenza le aggressioni minori di Misuri e di Forni? Voi ricordate certamente il discorso del I° giugno. Vi è forse facile ritornare a quella settimana di accese passioni politiche, quando in questa Aula la minoranza e la maggioranza si scontravano quotidianamente, tantochè qualcuno disperava di riuscire a stabilire i termini necessari di una convivenza politica e civile fra le due opposte parti della Camera. Discorsi irritanti da una parte e dall'altra. Finalmente, il 6 giugno, l'onorevole Delcroix squarciò, col suo discorso lirico, pieno di vita e forte di passione, l'atmosfera carica, temporalesca.


All'indomani, io pronuncio un discorso che rischiara totalmente l'atmosfera. Dico alle opposizioni: riconosco il vostro diritto ideale ed anche il vostro diritto contingente; voi potete sorpassare il fascismo come esperienza storica; voi potete mettere sul terreno della critica immediata tutti i provvedimenti del Governo fascista.
Ricordo e ho ancora ai miei occhi la visione di questa parte della Camera, dove tutti intenti sentivano che in quel momento avevo detto profonde parole di vita e avevo stabilito i termini di quella necessaria convivenza senza la quale non è possibile assemblea politica di sorta. E come potevo, dopo un successo, e lasciatemelo dire senza falsi pudori e ridicole modestie, dopo un successo così clamoroso, che tutta la Camera ha ammesso, comprese le opposizioni, per cui la Camera si aperse il mercoledì successivo in un'atmosfera idilliaca, da salotto quasi, come potevo pensare, senza essere colpito da morbosa follia, non dico solo di far commettere un delitto, ma nemmeno il più tenue, il più ridicolo sfregio a quell'avversario che io stimavo perché aveva una certa crarerie, un certo coraggio, che rassomigliavano qualche volta al mio coraggio e alla mia ostinatezza nel sostenere le tesi?


Che cosa dovevo fare? Dei cervellini di grillo pretendevano da me in quella occasione gesti di cinismo, che io non sentivo di fare perché repugnavano al profondo della mia coscienza. Oppure dei gesti di forza? Di quale forza? Contro chi? Per quale scopo?
Quando io penso a questi signori, mi ricordo degli strateghi che durante la guerra, mentre noi mangiavamo in trincea, facevano la strategia con gli spillini sulla carta geografica. Ma quando poi si tratta di casi al concreto, al posto di comando e di responsabilità si vedono le cose sotto un altro raggio e sotto un aspetto diverso.
Eppure non mi erano mancate occasioni di dare prova della mia energia. Non sono ancora stato inferiore agli eventi. Ho liquidato in dodici ore una rivolta di Guardie regie, ho liquidato in pochi giorni una insidiosa sedizione, in quarantott'ore ho condotto una divisione di fanteria e mezza flotta a Corfù.
Questi gesti di energia, e quest'ultimo, che stupiva persino uno dei più grandi generali di una nazione amica, stanno a dimostrare che non è l'energia che fa difetto al mio spirito.


Pena di morte? Ma qui si scherza, signori. Prima di tutto, bisognerà introdurla nel Codice penale, la pena di morte; e poi, comunque, la pena di morte non può essere la rappresaglia di un Governo. Deve essere applicata dopo un giudizio regolare, anzi regolarissimo, quando si tratta della vita di un cittadino!
Fu alla fine di quel mese, di quel mese che è segnato profondamente nella mia vita, che io dissi: "voglio che ci sia la pace per il popolo italiano"; e volevo stabilire la normalità della vita politica.
Ma come si è risposto a questo mio principio? Prima di tutto, con la secessione dell'Aventino, secessione anticostituzionale, nettamente rivoluzionaria. Poi con una campagna giornalistica durata nei mesi di giugno, luglio, agosto, campagna immonda e miserabile che ci ha disonorato per tre mesi. Le più fantastiche, le più raccapriccianti, le più macabre menzogne sono state affermate diffusamente su tutti i giornali! C'era veramente un accesso di necrofilia! Si facevano inquisizioni anche di quel che succede sotto terra: si inventava, si sapeva di mentire, ma si mentiva.
E io sono stato tranquillo, calmo, in mezzo a questa bufera, che sarà ricordata da coloro che verranno dopo di noi con un senso di intima vergogna.


E intanto c'è un risultato di questa campagna! Il giorno 11 settembre qualcuno vuol vendicare l'ucciso e spara su uno dei nostri migliori, che morì povero. Aveva sessanta lire in tasca. Tuttavia io continuo nel mio sforzo di normalizzazione e di normalità. Reprimo l' illegalismo. Non è menzogna. Non è menzogna il fatto che nelle carceri ci sono ancor oggi centinaia di fascisti! Non è menzogna il fatto che si sia riaperto il Parlamento regolarmente alla data fissata e si siano discussi non meno regolarmente tutti i bilanci, non è menzogna il giuramento della Milizia, e non è menzogna la nomina di generali per tutti i comandi di Zona. Finalmente viene dinanzi a noi una questione che ci appassionava: la domanda di autorizzazione a procedere con le conseguenti dimissioni dell'onorevole Giunta.


La Camera scatta; io comprendo il senso di questa rivolta; pure, dopo quarantott'ore, io piego ancora una volta, giovandomi del mio prestigio, del mio ascendente, piego questa Assemblea riottosa e riluttante e dico: siano accettate le dimissioni. Si accettano. Non basta ancora; compio un ultimo gesto normalizzatore: il progetto della riforma elettorale. A tutto questo, come si risponde? Si. risponde con una accentuazione della campagna. Si dice: il fascismo è un'orda di barbari accampati nella nazione; è un movimento di banditi e di predoni! Si inscena la questione morale, e noi conosciamo la triste storia delle questioni morali in Italia.


Ma poi, o signori, quali farfalle andiamo a cercare sotto l'arco di Tito? Ebbene, dichiaro qui, al cospetto di questa Assemblea e al cospetto di tutto il popolo italiano, che io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto. Se le frasi più o meno storpiate bastano per impiccare un uomo, fuori il palo e fuori la corda!


Se il fascismo non è stato che olio di ricino e manganello, e non invece una passione superba della migliore gioventù italiana, a me la colpa! Se il fascismo è stato un'associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere!


Se tutte le violenze sono state il risultato di un determinato clima storico, politico e morale, ebbene a me la responsabilità di questo, perché questo clima storico, politico e morale io l'ho creato con una propaganda che va dall'intervento ad oggi.
In questi ultimi giorni non solo i fascisti, ma molti cittadini si domandavano: c'è un Governo? Ci sono degli uomini o ci sono dei fantocci? Questi uomini hanno una dignità come uomini? E ne hanno una anche come Governo?



Io ho voluto deliberatamente che le cose giungessero a quel determinato punto estremo, e, ricco della mia esperienza di vita, in questi sei mesi ho saggiato il Partito; e, come per sentire la tempra di certi metalli bisogna battere con un martelletto, così ho sentito la tempra di certi uomini, ho visto che cosa valgono e per quali motivi a un certo momento, quando il vento è infido, scantonano per la tangente.


Ho saggiato me stesso, e guardate che io non avrei fatto ricorso a quelle misure se non fossero andati in gioco gli interessi della nazione. Ma un popolo non rispetta un Governo che si lascia vilipendere! Il popolo vuole specchiata la sua dignità nella dignità del Governo, e il popolo, prima ancora che lo dicessi io, ha detto: Basta! La misura è colma!
Ed era colma perché? Perché la spedizione dell'Aventino ha sfondo repubblicano! Questa sedizione dell' Aventino ha avuto delle conseguenze perché oggi in Italia, chi è fascista, rischia ancora la vita! E nei soli due mesi di novembre e dicembre undici fascisti sono caduti uccisi, uno dei quali ha avuto la testa spiaccicata fino ad essere ridotta un'ostia sanguinosa, e un altro, un vecchio di settantatre anni, è stato ucciso e gettato da un muraglione.
Poi tre incendi si sono avuti in un mese, incendi misteriosi, incendi nelle Ferrovie e negli stessi magazzini a Roma, a Parma e a Firenze.


Poi un risveglio sovversivo su tutta la linea, che vi documento, perché è necessario di documentare, attraverso i giornali, i giornali di ieri e di oggi: un caposquadra della Milizia ferito gravemente da sovversivi a Genzano; un tentativo di assalto alla sede del Fascio a Tarquinia; un fascista ferito da sovversivi a Verona; un milite della Milizia ferito in provincia di Cremona; fascisti feriti da sovversivi a Forlì; imboscata comunista a San Giorgio di Pesaro; sovversivi che cantano Bandiera rossa e aggrediscono i fascisti a Monzambano.


Nei soli tre giorni di questo gennaio l925, e in una sola zona, sono avvenuti incidenti a Mestre, Pionca, Vallombra: cinquanta sovversivi armati di fucili scorrazzano in paese cantando Bandiera rossa e fanno esplodere petardi; a Venezia, il milite Pascai Mario aggredito e ferito; a Cavaso di Treviso, un altro fascista è ferito; a Crespano, la caserma dei carabinieri invasa da una ventina di donne scalmanate; un capomanipolo aggredito e gettato in acqua a Favara di Venezia; fascisti aggrediti da sovversivi a Mestre; a Padova, altri fascisti aggrediti da sovversivi.
Richiamo su ciò la vostra attenzione, perché questo è un sintomo: il diretto l92 preso a sassate da sovversivi con rotture di vetri; a Moduno di Livenza, un capomanipolo assalito e percosso.


Voi vedete da questa situazione che la sedizione, dell'Aventino ha avuto profonde ripercussioni in tutto il paese. Allora viene il momento in cui si dice basta! Quando due elementi sono in lotta e sono irriducibili, la soluzione è la forza.
Non c'è stata mai altra soluzione nella storia e non ce ne sarà mai.
Ora io oso dire che il problema sarà risolto. Il fascismo, Governo e Partito, sono in piena efficienza.


Signori!
Vi siete fatte delle illusioni! Voi avete creduto che il fascismo fosse finito perché io lo comprimevo, che fosse morto perché io lo castigavo e poi avevo anche la crudeltà di dirlo. Ma se io mettessi la centesima parte dell'energia che ho messo a comprimerlo, a scatenarlo, voi vedreste allora.


Non ci sarà bisogno di questo, perché il Governo è abbastanza forte per stroncare in pieno definitivamente la sedizione dell'Aventino. L'Italia, o signori, vuole la pace, vuole la tranquillità, vuole la calma laboriosa.


Noi, questa tranquillità, questa calma laboriosa gliela daremo con l'amore, se è possibile, e con la forza, se sarà necessario.


Voi state certi che nelle quarantott'ore successive a questo mio discorso, la situazione sarà chiarita su tutta l'area. Tutti sappiamo che ciò che ho in animo non è capriccio di persona, non è libidine di Governo, non è passione ignobile, ma è soltanto amore sconfinato e possente per la patria.


Benito Mussolini: 3 gennaio 1925 / Discorso alla Camera dei Deputati sul delitto Matteotti

Sostiene Ferrara / seguito della parodia

II CAPITOLO


Sostiene Ferrara che ci andò in frac a quella cena. Non prese il taxi perché non aveva soldi per piangere. L’hotel Rafael aveva i rampicanti lungo tutta la facciata e poi dentro le sale erano elegantissime, sostiene. Ma era lento a camminare, grasso come la tenda di un circo. E arrivò quasi vent’anni dopo l’invito a questo hotel. Craxi aveva già cantato O mia bela Madunina, aveva già governato l’Italia, il partito socialista nel frattempo aveva inventato l’onda lunga, si era arricchito di tangenti, onda dopo onda, era scoppiata tangentopoli, che lo portò alla deriva, così sostiene.

In effetti Ferrara sostiene che quando lui arrivò alla porta, c’era un’aria piuttosto strana. Le cinque di sera. Craxi stava per uscire dall’Hotel Rafael, centinaia di cittadini arrabbiati lo aspettavano per protestare. E Ferrara sostiene che gli lanciarono monetine, non banconote, ma monetine, e che lui, si nascondeva sostiene, Craxi si nascondeva nel bavero del cappotto e la scorta lo proteggeva, e si beccava le monetine la scorta, che sembrava quasi il sessantotto quando lui, Ferrara, tirava pietre e non monetine ai celerini di Valle Giulia.
Sostene Ferrara che questo lo mise di cattivo umore, vide Craxi allontanarsi nella macchina, spedito, la sera telefonò, la segretaria riferì che era scappato a Parigi. Aveva rubato una macchina e Craxi era finito a Parigi. A Parigi poi, aveva derubato una pensionata al bancomat, sostiene la segretaria, e si era comprato un biglietto aereo per Hammamet, dove aveva rubato una villa davanti al mare. Una volta ad Hammamet si dichiarò prigioniero politico, sostiene.


Sostiene Ferrara che in quel momento la carta stampata non lo attirava più, lo ospitarono in televisione a una trasmissione e urlò al sociologo Ferrarotti: professor Ferrarotti, disprezzo lei perché non capisce la politica. Aveva un tono della voce altissima e sprezzante, sostiene. Tirò una clava agli spettatori che fischiavano, pisciò in testa a un cameraman che lo inquadrava mentre gli usciva la bava dalla barba.


L’indomani un parlamentare socialista decretò nell’aula di Montecitorio, in difesa dei ladri: nessuno può dire, qua dentro, senza ridere, io non c’entro.
Allora tutti si alzarono in piedi e dissero: io non c’entro. E tutti cominciarono a ridere a crepapelle. E Ferrara sostiene che disse seriamente: io c’entro.
Allora, tutti gli opinionisti di Valle Giulia passarono a lavorare per Mediaset, uscirono allo scoperto sostiene Ferrara, per cominciare a difendere le posizioni dei ladri, il fatto che sembravano seri, cominciarono a dire per esempio: guardate che non si lanciano le monetine, è uno spreco… si crea debito pubblico… si lanciano solo molotov e pietre, e non ai politici, ai poliziotti si lanciano.

Bisognava crederli sulla parola, perché quelli avevano fatto tutti il sessantotto e la rivoluzione proletaria, e sapevano a memoria compagni dai campi e dalle officine prendete la falce e impugnate il martello, sostiene Ferrara. La televisione insomma si popolò di ex sessantottini pentiti e arricchiti, checche isteriche, di uno schizofrenico con gli occhiali che saltava come un ossesso masturbandosi il ciuffo sulla fronte e che gridava: magistrari assassini, magistrati assassini, magistrati assassini. E finito di urlare davano la pubblicità.


A questo punto il capo della televisione, disse, sostiene Ferrara, cari telespettatrici e cari spettatori, io quasi quasi entro in politica. Ferrara sostiene che lui entrò in politica per salvare l’Italia, non la sua azienda colma di debiti che senza padrino politico, e cioè Craxi, perdeva punti alla borsa. Sbaragliò tutti alle elezioni, con un partito nuovo di zecca denominato Forza Permaflex, vinse le elezioni, sostiene Ferrara.


La novità di Forza Permaflex, secondo Ferrara, stava nel fatto che non si parlava di politica, e che ogni tre minuti in tv usciva una modella seminuda e diceva così: problemi di schiena, dormite male, il debito pubblico avanza e non riuscite più a nascondere i soldi sotto il vostro materasso? Nessun problema, materasso Permaflex… Votate Forza Permaflex per avere sogni meravigliosi.
E così il capo delle televisioni sbaragliò l’Italia alle elezioni politiche, e una volta arrivati in parlamento, si portarono i materassi perché erano arrivati alla Camera e finalmente adesso potevano dormire.

Per tutta la durata del governo mandarono in onda ballerine, sostiene Ferrara, calcio, discussioni sul calcio, problemi di coppia, di eiaculazione precoce, impotenza, viagra, processi lunghissimi su condomini che non annaffiavano mai i gerani e si acapigliavano ore e ore, a parlare dei gerani, a graffiarsi per contendersi una donna, così sostiene, e c’erano amanti e mogli che si tiravano i capelli, si tradivano in pubblico, c’erano travestiti ballavano la lap dance americana, e vescovi, che benedicevano le pievi toscane col vinsanto.

Questo Craxi, cioè, lo stesso delle monetine venne santificato finalmente, seduta stante, in diretta televisiva, il papa uscì al balcone e lo dichiarò urbi et orbi santo protettore del malloppo.
Il primo miracolo era avvenuto a Milano anni prima: un bambino, con una pistola giocattolo, aveva svaligiato una banca! Hammamet così diventò come Predappio, meta di pellegrinaggio. Tutti ci andavano a pregare sulla tomba, sostiene Ferrara, a raccomandarsi a lui, proprio come succedeva in vita. A portare ex voto, andavano e per ricevere altri miracoli. Sulla tomba di Hammamet c’era un bel cartello, che ammoniva i visitatori: AVVISO AI COMPAGNI SOCIALISTI, PER FAVORE, NON RUBATE I FIORI SULLA MIA TOMBA!


Ferrara sostiene che non c’erano eserciti all’epoca a mantenere l’ordine, ma bastava solo la televisione accesa. Sì, tanto bastava.
Tutto era sotto controllo, pubblicità dopo pubblicità. Ogni tanto appariva il Capo delle televisioni che esclamava entusiasta: Allegria, cittadini, forza Permaflex! Forza Permaflex… vi prometto che in tre anni farò una legge che vi consentirà di volare, tutti… Vi voglio bene a tutti, questo è il mio numero di telefono, se avete problemi, chiamatemi.

Chi aveva problemi, naturalmente, subito digitava questo numero, si affannava. E, puntuale, una voce metallica rispondeva dall'altra parte: il numero selezionato è inesistente. Ma loro riprovavano a chiamare e a chiamare sempre, e a votarlo, riprovavano, fedeli alle baggianate che il Capo delle televisioni raccontava, fedeli come tanti cetrioli, almeno così sostiene Ferrara, e non si sa nemmeno perché.



TO BE CONTINUED...

martedì 2 febbraio 2010

Sostiene Ferrara / Una parodia

1 capitolo


Sostiene Ferrara che la polizia si trovò letteralmente spiazzata davanti al corteo di studenti che attaccava e che c’era lui davanti a tutti, a proteggerli con la stazza, che mollava pietre come palle di cannone e c’erano tanti altri compagni, tutti futuri forzisti e giornalisti e opinionisti berlusconiani, ammassati a Valle Giulia, che lanciavano e lanciavano bottiglie molotov alla polizia. Si alzava un fumo alto, sostiene, e senza timore di niente cantavano tranquilli bandiera rossa e altri inni rivoluzionari.
Ora, non so se si è inteso bene: Ferrara, era comunista tanto per incominciare. E anche rivoluzionario, sostiene lui. E Pasolini era un revisionista imborghesito sostiene, con una macchina sportiva rossa Spider, da ricco, e che si stava bene dentro e dentro si portava i ragazzini con la scusa del gelato e anche Ninetto Davoli si portava dentro con la scusa del cinema. Così sostiene lui, Ferrara, offeso più che mortalmente, perché lui, Pasolini li aveva chiamati tutti figli di papà a questi futuri berlusconiani e opinionisti mediaset. Lui, a essere precisi, non era affatto figlio di papà, perché aveva studiato in Russia, a Mosca, sostiene, poiché il padre lavorava al freddo e al gelo di Mosca per L’Unità, in mezzo alla neve lavorava il padre, a due passi dal Cremino e dai compagni del Cremlino e l’Unità è un giornale fondato da Antonio Gramsci, sostiene.

A Torino infatti, negli anni successivi fu direttore di una sezione del Pci, e sostenne il PCI, sostiene. Un giorno però, che il tempo era tornato bello e non erano più le brutte mattinate di febbraio, con la bruma o la nebbia o i celerini e il sessantotto… ma soprattutto, quel che è veramente importante, il sessantotto era finito da un pezzo, e ancora: lui non era più un comunista né un rivoluzionario... ecco, mentre era in redazione, col sole estivo che sfavillava, letteralmente sfavillava, e la brezza del mare di Ostia che gli lisciava la panza attraverso la camicia mezzo sbottonata, ecco che lui lesse qualcosa d’interessante sul giornale, qualcosa che lo colpì molto.
Era un articolo, sostiene, sul socialismo riformista.


Tiene a precisare, che era un mese estivo e un anno solare che non era il sessantotto, che se ne stava da perfetto fuoriuscito dal Pci, seduto tranquillo in una oscura redazione di giornale, senza una lira, grasso, col sigaro, che faticava pure a salire le scale, e sudava, perché lì non c’era l’ascensore. Insomma stava lì quando gli cadde l’occhio sulla notizia dell’ultimo congresso socialista, cioè l’articolo, e quindi restò abbagliato da questo leader fotografato con gli occhiali, grasso un poco meno di lui e che diceva certe cose interessanti sul socialismo riformista.

Ora, non essendo più lui massimalista, questa faccenda del socialismo riformista era economicamente conveniente, e gli piaceva abbastanza; perciò, si mise a telefonare a Roma, alla sezione dove c’era questo leader un poco meno grasso di lui e che si chiamava così: Bettino Craxi. Ma a rispondere non fu lui, una segretaria dalla voce gentile disse pronto, ed era la segretaria di Craxi, sostiene, mentre lui, Ferrara, dall’altra parte del filo, senza una lira in tasca, che faticava a salire le scale, ad alzare un telefono e sudava pure ad alzarsi dalla sedia, tutto spiantato, che fra un po’ dimagriva per la fame… ecco che disse servile: posso parlare con Craxi.
Chi, Bettino? Disse la segretaria, che, a quanto pare doveva essere piuttosto in confidenza, sostiene Ferrara.
Sì, Bettino replicò sbrigativo lui, ma basta che sia Craxi.
E lei chi è, disse indispettita la segretaria.
È vero, tra una emozione e un’altra, Ferrara sostiene che si era pure dimenticato di dire nome e cognome: gli dica che sono Giuliano Ferrara.

Adesso sì che ragioniamo, disse la segretaria. E così fu che glielo passò.
Pronto, disse Bettino Craxi, parlo con quello che tirava le pietre alla polizia e poi dirigeva la sezione comunista e ora è socialista ed è spiantato e non ha una lira?
Precisamente, rispose Ferrara, o almeno sostiene che rispose in questo modo. E aggiunse: sai come si dice… la coerenza, è la costanza dei fessi.
È vero, è vero, assentì Bettino Craxi. Il giornalista sostiene che gli spiegò il motivo della sua telefonata e cioè che era rimasto molto colpito dal suo discorso al congresso sul socialismo riformista, e lui, se era possibile, voleva entrare in contatto con questo socialismo riformista; e se era possibile, era disposto a tutto, anche a dimagrire, per esempio, se il socialismo riformista richiedeva di mangiare tutti allo stesso modo o di avere lo stesso metabolismo e lo stesso peso.

Veramente, rispose Craxi, questa del socialismo riformista che ho detto io al Congresso, è una bella minchioneria, buttata lì per accattivare gli elettori più nostalgici. Il discorso glielo avevano scritto certi amici di Nenni e lui per rispetto a quel vecchio bacucco si era dovuto piegare, aveva dovuto sudare sette camicie rubate per leggerlo.
Ferrara sostiene che rimase un po’ perplesso, ma siccome aveva problemi di soldi, non è che ci rimase male più di tanto. Meglio, pensò lui, così sostiene; se lui non è socialista, sarà capitalista sicuro… in fondo è di soldi che io ho bisogno. Meglio.

In verità, disse Craxi, qui dobbiamo creare il malloppo, far girare gli affari, tirare la carretta, impadronirci delle banche, delle aziende pubbliche, diventare manager della tangente…. Altro che socialismo; qui altrimenti va a finire che di questo partito non se ne fa più niente, la finanza, la finanza: altro che ideali. Non si può vivere con due cuori e una capanna, figurarsi con mezzo partito e mezza ideologia! Soldi ci vogliono, esclamò il leader, così sostiene Ferrara che il leader esclamò.

Ferrara sostiene che lui si sentì risollevato perché il capo gli propose subito di scrivere sul giornale dei socialisti riformisti per finta, e che poi lo avrebbe pagato lui, a peso d’oro, d’ora in poi, a patto di scrivere tutto quello che gli faceva più piacere e conveniva al partito, finto riformista. Da quel momento in poi, avrebbe avuto questo nomignolo sostiene: l’Ayatollah di Craxi. E chiusero il telefono entrambi.

A quanto pare la collaborazione consisteva in una rubrica sui capitalisti nuovi che nascevano e che erano ancora allo stato fetale. Pubblicavano le ecografie dei futuri capitani d’industria. Del figlio di Pirelli, di Falk, Moratti. Per esempio la rubrica si limitava a dire questo: Oggi è nato Agnelli Junior e sarà amministratore delegato, andrà a sciare a Saint Mortiz, snifferà cocaina pregiata, si sposerà a trentanni con una principessa e divorzierà dopo sei mesi e avrà un figlio che erediterà l’impero che sarà a sua volta capitano d’industria… e che si chiamerà ancora una volta: Agnello-junior-junior e noi gli scriveremo una biografia anticipata. E via dicendo.
Non era difficile questa rubrica, sostiene Ferrara. E poi, lui aveva bisogno di soldi, sostiene. Forse erano diventati amici col politico, si erano perfino dati appuntamento per ragionare di soldi, come finanziare il giornale e della rubrica sui capitalisti Junior.
Vediamoci lunedì prossimo, all’hotel Rafael, nella hall… lo aveva invitato Craxi, prima di abbassare il ricevitore. Venga, venga, che c’è una cena con i diplomatici stranieri sulla politica estera e io canterò dal vivo “O mia bella Madunina”.



II CAPITOLO


Sostiene Ferrara che ci andò in frac a quella cena. Non prese il taxi perché non aveva soldi per piangere. L’hotel Rafael aveva i rampicanti lungo tutta la facciata e poi dentro le sale erano elegantissime, sostiene….


(TO BE CONTINUED)

lunedì 1 febbraio 2010

Bugie cannuoli e videotape




Totò Cuffaro condannato in appello: sette anni di reclusione per favoreggiamento e agevolazione alla mafia. Lo scorso anno, al termine della sentenza di primo grado che lo condannava a 5 anni, l'ex Governatore festeggiò offrendo cannuoli siciliani a tutti. Quest'anno, in mancanza di cannuoli, Karakirisushi vi regala un video come dessert.