sabato 30 ottobre 2010

diariospycam / Daniele Capezzone

Ho il cerotto qui sulla fronte. Un livido proprio sotto l'occhio. La lente rotta e vedo troppo poco. Nei pressi di Montecitorio è successo. Un anonimo. Mi prende a pugni. Trauma cranico. L'altro ieri in serata ho finalmente potuto lasciare l'ospedale. Anche Berlusconi mi ha telefonato. Mi ha chiesto se l'assalitore indossava una toga. No, i pantaloni normali ho detto io. E allora di sicuro è qualche comunista, ha concluso.

Non ricordo neppure se alto, basso, tracagnotto. I capelli: biondi? Castani? Boh. Un enigma coperto dal mistero. Denuncia contro ignoti. L'anonimo mi avrebbe colpito in pieno volto. Ho detto solo questo a chi sta conducendo le indagini. E non era un comunista. No. Era un ex radicale. Sì. L'assalitore era un ex radicale, un pannelliano convinto. Uno che ascolta e parla a radio radicale. Un ex me stesso è stato. Un antiberlusconiano convinto.


Mi ha avvicinato urlando frasi sconnese del tipo: "In nessun paese al mondo avremmo un premier così. Per essere chiaro, voglio prescindere dall’esito dei processi di ieri e di oggi, e perfino, se possibile, dalla rilevanza penale dei fatti che sono emersi. Ma è però incontrovertibile che Silvio Berlusconi (prescrizione o no) abbia pagato o fatto pagare magistrati; così come da Palermo (ripeto: quale che sia la qualificazione giuridica di questi fatti) emergono fatti e comportamenti oscuri, di cui qualcuno (Berlusconi in testa) dovrà assumersi la responsabilità politica".


E poi ha proseguito afferrandomi per il bavero della giacca e stropicciandomi la cravatta: "Vi chiamate Popolo della libertà ma di libertà vi è rimasta solo quella vigilata. Dite di tenere alla famiglia ed essere contro il divorzio ma avete due famiglie e siete tutti divorziati. Volete mandare in carcere i ragazzi per sei spinelli ma se viene un cane poliziotto a Montecitorio si arrende il cane”.
Non sapevo cosa rispondere tranne che dirgli in faccia: Sei fazioso, vattene. E basta. Lui invece sembrava un pazzo, questo ex radicale, una specie di indemoniato. Giuro. Mi guardava e sbavava da perfetto isterico.

"L’Italia non può permettersi altri cinque anni di governo di Silvio Berlusconi - così ha gridato in mezzo alla strada, dimenandosi - non sarebbero ecosostenibili”. E a quel punto mi ha sferrato uun pugno. Ora, sono in analisi, perché dice il medico: quelle frasi le avrei pronunciate io, qualche anno fa, pubblicamente e le avrei ripetute a me stesso poco prima dell'aggressione. Vuoi vedere che sono io quello che ha tirato il pugno a Daniele Capezzone, cioè a me stesso? Che figura di merda se viene fuori una faccenda del genere. Si tratterebbe di una specie di doppia personalità politica trasversale sostiene lo psichiatra. E' l'anima da ex radicale che fa a cazzotti con il corpo svenduto del portavoce pidiellino. Kramer contro Kramer. Capezzone contro Capezzone.

(Liberamente tratto dal diario di Daniele Capezzone)

lunedì 25 ottobre 2010

Zero al 100%

diariospycam / Sergio Marchionne

Da domani comincerò a delocalizzare questo diario. Costa meno scriverlo in Serbia. Ho uno scrivano giovane a cui posso dettare intere pagine e che sarebbe disponibile a lavorare il doppio delle ore chiedendo meno come salario. Esattamente la metà chiedono. Si offrirebbe addirittura di scrivermelo direttamente lui, inventando come meglio crede la mia giornata. Così non dovrò più avere la noia di annotare tutti i fatti personali che mi accadono.
Sinceramente ho troppe faccende da sbrigare. Lavoro diciotto ore al giorno io, a fila. E non ho tempo per tenere un diario personale. Non posso ispirarmi proprio. Delocalizzerò quindi. In Brasile, magari. Anche in Polonia esistono ottimi scrivani. Lì addirittura chiedono un terzo di quanto guadagna un diarista serbo. In Cina poi mi offrono una pagina di diario più ancora il commento gratis ogni giornata. In aggiunta, mi garantiscono l'autoanalisi nel finale di pagina e tutto questo per pochissimi yuan.
Servizio tutto incluso. Un prezzo onesto direi, al netto delle imposte. E' in cinese che va scritto questo mio diario. Il cinese credo è la lingua del futuro. Basta una volta per tutto con la lingua inglese. E di questo Dante Alighieri poi... non ne parliamo proprio.

(Liberamente tratto dal diario personale di Sergio Marchionne)

mercoledì 20 ottobre 2010

Il paradosso fiscale della legalità



Morale: Benigni alla Rai costerebbe tanto. E Saviano pure. Fazio troppo. Santoro? Peggio che andar di notte. Conclusione: sono tutti cachet che sbancano. Compensi rubati. Denaro pubblico sperperato a vuoto.
Ma è proprio vero? E cioè, è meglio una tangente o un onesto compenso dichiarato? Un presentatore trasparente che fa audience o un ministro corrotto che acquista case? Uno scrittore famoso o un famigerato corruttore da off-shore? Un comico riverito a Hollywood o un ladruncolo di quarta taglia? La risposta in un paese normale sarebbe semplice. Non da queste parti.
E chissà perché quando si tratta di prestazione intellettuale si snocciolano sempre le cifre come una mazzata. Ogni zero dell'assegno una colpa e un colpo da assestare a chi lo incassa. Siano essi comici o scrittori, giornalisti che presentatori televisivi. Mai una volta che vengano citati gli incassi che ne derivano: che so, la pubblicità. Il vantaggio economico dell'azienda. L'audience, a cui in genere si tiene così tanto. Il cosiddetto brand che altrove vale. Qui no. Specie se si tratta di politica. Mai scuotere la pubblica opinione. Meglio non svegliare il can che dorme.

E' una colpa pertanto chiamarsi Roberto Saviano e vivere perennemente sotto scorta. Perché (lo dicono ormai tutti i servi pagati profumatamente dal padrone - non a scrivere, ma a minacciare di scrivere, vedi caso Porro) costui avrebbe fatto i soldi con il suo libro Gomorra. Soldi puliti ovviamente, questa l'imputazione principale. Idem si dica per Michele Santoro, che guadagna troppo pure lui. E così Benigni alla Rai: che non sia mai. Il cachet è troppo alto. Cifre da capogiro.
A me verrebbe da chiedere quanto guadagna Masi, per esempio. E quale brand rappresenti lui. Quale audience e quale alto gradimento lo tiene col culo attaccato alla poltrona. E chi lo ha messo lì, a riscuotere soldi pubblici rubati dal canone degli italiani. Ma torniamo ai ricchi sfigati e premiati dal successo di pubblico.

Forse questi ricchi dichiarano troppo onestamente i loro proventi e non investono abbastanza in società Off-shore. O forse Saviano è troppo stupido perché paga le tasse sui quei soldi. O magari, il vero problema è che si tratta di diritti d'autore e non di tangenti incassate per appalti. Si tratta solo di eventuali futuri compensi Rai. Quindi, una porcheria. Una irregolarità fiscale. Almeno stando alle patologie di casa nostra. Tra l'altro compensi Rai, questi sì pagati attraverso il nostro canone.

Insomma, quando i soldi non puzzano e sono guadagnati onestamente con il proprio lavoro, come dire: meritati, ecco che il meccanismo si spezza. Parte subito l'offensiva dei servi prezzolati dal padrone unico. Tutti addosso al ricco che non evade il fisco!

Non vale questa ricchezza così tonda. Sono soldi troppo puliti, questo ci dicono i servi sui loro infimi giornali, agitando come spettro la pietra dello scandalo. Che schifo, non puzzano per niente di riciclo. Non c'entrano per niente con Antigua. Quindi sarebbe un fatto vergognoso e da svergognare in pubblico. Il messaggio è chiaro: i soldi puliti sono una cosa rivoltante.
E allora avanti paggi e lacché, giornalisti e cortigiani di sua maestà. Avanti, nani e buffoni. Acrobati e puttane ministeriali. Tutti, dico: tutti, addosso a chi paga le tasse onestamente. Tutti addosso a chi non scappa col malloppo nelle Antille!

martedì 19 ottobre 2010

Zero al 100%


Un uomo pedina il clone che va a letto con sua moglie,
un altro chiede la mano al padre della sua bambola
gonfiabile; c’è persino chi porta a spasso lucertole
col collare: una tragicomica umanità alla fiera
del trash apocalittico. Cinquantadue romanzi digitali
interrotti da un semplice clic. Esistenze compresse
in mp3, piccole storie inverosimili raccontate dietro
l’anonima finzione della chat. Zero al 100% come totale.
Lo zero come unica cifra di riferimento. Il nulla
elevato all’ennesima potenza. Un prontuario su come
sopravvivere nel postfuturo postumo che si sta lentamente avverando.
PROSSIMA USCITA IN LIBRERIA

Tremonti, il paninaro del Tesoro


"Di cultura non si vive, vado alla buvette a farmi un panino alla cultura e comincio dalla Divina Commedia".

(Il ministro Giulio Tremonti ai giornalisti - ottobre 2010)



"Non è questa, padre mio, la via del mio ritorno in patria, ma se prima da voi e poi da altri non se ne trovi un'altra che non deroghi all'onore e alla dignità di Dante, l'accetterò a passi non lenti e se per nessuna siffatta s'entra a Firenze, a Firenze non entrerò mai. Né certo mancherà il pane".

(Dante Alighieri, in una lettera al padre - intorno al 1315)

lunedì 18 ottobre 2010

diariospycam / Mauro Masi

Appena svegliato mia moglie mi dato del vaffanculo invece del buongiorno. Forse devo aver sentito male. In bagno c'era mia figlia. E' occupato, vaffanculo ha detto lei.
A colazione la domestica mi guarda e mi dice vaffanculo, mi licenzio. E così il portiere dello stabile quando ho preso la macchina. L'autista, il parcheggiatore, il venditore di fazzoletti ai semafori. Perfino una telefonata sul cellulare apparsa sul display come sconosciuto. Ho detto: pronto? E la voce: vaffanculo. E hanno riattaccato. Al bar, dopo il caffè, il cassiere mi ha ripetuto tre volte vaffanculo. E così all'entrata di via Mazzini. Tutti. Nella hall, nel corridoio. Erano in fila i giornalisti. Non ce n'era uno che non dicesse vaffanculo. Inutile descrivere il pranzo. Il pomeriggio. La serata. Ovunque mi beccavo sonori vaffanculo. Non so se è una mia allucinazione o se si tratta di una cosa vera. Proverò a licenziare tutti quanti. Ma mi sa deve essere un po' difficile. Adesso mi sono chiuso a chiave in bagno dentro un autogrill e non voglio più uscire. Ho paura di tornare a casa. Non voglio sentire né vedere nessuno. Basta. I pompieri intanto sono qui dietro la porta. Apra, apra... vaffanculo, dicono. E c'è la polizia. Esca, esca, altrimenti sfondiamo la porta. Minacciano. Non apro. Ecco qua la porta smontata. Ci sono questi due poliziotti che mi guardano. Ma era lei, signor Masi, ma vaffanculo hanno detto entrambi contemporaneamente. E qui io mi sono messo a piangere.

(Liberamente tratto dal diario di Mauro Masi, direttore della Rai)

giovedì 14 ottobre 2010

I 5 punti del governo del fare



1) Farsi Noemi

2) Farsi la D'Addario

3) Farsi leggi ad personam

4) Farsi fare massaggi

5) Farsi i cazzi suoi

martedì 12 ottobre 2010

diariospycam / Giorgio Napolitano

Alle dieci e trenta puntuale mi trovavo già lì; nella Basilica di Santa Maria degli Angeli, c'era un forte odore d'incenso. Mi piaceva. Mi sono seduto ai primi banchi, accanto ai ministri. Immobile, come mio solito, in attesa che cominciasse la messa in onore dei quattro alpini rimasti uccisi in un agguato in Afghanistan. Sabato mi pare sia accaduto l'incidente.
A un certo punto ho sentito dire al celebrante: "Scambiatevi un segno di pace".

E' stato in quel momento che io mi sono alzato in piedi, per dirigermi con rispetto verso i familiari dei caduti in una guerra che noi continuiamo a chiamare missione di pace. Ero proprio davanti a loro, gli ho stretto la mano, in segno di pace; perché loro erano appunto in Afghanistan in una missione di pace. Credo, così sostengono tutti quanti.
Lo ho guardati. Avevo paura. Pace, ho detto a questi signori che erano vestiti di nero e che piangevani i figli morti in guerra... una guerra che tutti chiamano missione di pace.
E loro mi hanno risposto così, sempre piangendo: pace a voi signor presidente.

(Liberamente tratto dal diario di Giorgio Napolitano)

lunedì 11 ottobre 2010

diariospycam / Silvio Berlusconi

Oggi mi sono operato alla mano sinistra. Mi avevano riscontrato due tendini comunisti. Il medico della clinica Humanitas di Rozzano dapprima mi ha mostrato la radiografia: era proprio il dito medio, alzato. E non si abbassava. Un nervo compresso, mi ha spiegato lui. Tutto è filato tranquillo. Anestesia locale. Ho un pigiama di seta e non ho sentito dolore.


(Liberamente tratto dal diario personale di Silvio Berlusconi)

domenica 10 ottobre 2010

Compagni di merende


Ma cosa ci va a fare Berlusconi a Mosca? Non ci va troppe volte per i nostri gusti? Cosa lo spinge a partire proprio all'indomani della morte dei nostri connazionali in Afghanistan? D'accordo, la visita era stato già programmata: ma a fare cosa di tanto urgente da non poterla rimandare. Certo, a pescare sul lago dicono. Passeggiare nei boschi. Si tratta solo di un gasdotto italo-russo? E c'è di mezzo la Germania? Ma è tutto vero? Non c'è nient'altro? Non è che siamo davanti all'ennesima bufala ben calibrata?

A quanto pare si tratterebbe di colloqui strettamente privati, questo dichiara il portavoce moscovita. Tra lui e l'ex kgb Putin; e proprio a qualche giorno da certe strane intercettazioni a Nicola Porro in cui ragionando con il portavoce della Marcegaglia (in questo punto non scherzavano affatto) si accenna a sovrastrutture trasversali più potenti del nostro teatrino nazionale. E ancora, che a sostenere Fini ci sarebbero le stesse forze occulte che avrebbero portato alla luce lo scandalo delle Escort. Poi la telefonata si chiude. Ci vediamo e ne parliamo con calma, dicono.

E va bene. Gli vogliamo credere sulla parola a questo portavoce moscovita. Colloqui privati. Ma cosa si dicono i due, barzellette sugli ebrei a parte. E soprattutto, quale necessità li obbliga a vedersi più spesso ultimamente, e perché hanno tanto bisogno di dirselo in prima persona? Non sarebbe meglio dirselo una volta per tutte? Che so, una lunga telefonata. E stop. Una email. Viviamo in un mondo globale dopotutto, no? Che bisogno c'è di vedersi così tanto, non trattandosi alla fin fine di una relazione sentimentale.

E medesimo arcano riguarderebbe il leader libico Gheddafi. Cosa ci viene a fare costui col suo circo faunistico una volta al mese? Ma chi li programma questi spettacoli in agenda? Mediaset? Federico Confalonieri? La diplomazia di stato o il popolo coglione e sovrano per alzata di mano? E con quale scopo tali incontri vengono messe in agenda: non sono amicizie pericolose, geopoliticamente parlando? E se sono geopoolicamente pericolose perché tanta insistenza a farsi vedere "pubblicamente" insieme? Cosa significa questa insistenza: me ne frego? Guardatemi, sto pescando nel lago con il vostro nemico? Passeggio nei boschi con un ex comunista del Kgb sovietico? Tieh, invito per dispetto il circo libico di un tizio che vi sta antipatico? E boh. Tutti misteri. Forse pregiudizi malati di una mente sospettosa e troppo abituata a delirare su James Bond come agente OO7. Oppure si potrebbe semplicemente trattare dei soliti misteri italiani. Omissis, tout court.

sabato 9 ottobre 2010

diariospycam / Nicola Porro

Se vuoi silenzio sul tuo conto è muto che devi stare, capito? È così che dico io al telefono. Ogni giorno, per conto del capo.
Ancora avevo sulla lingua l’odore del caffè oggi, quando mi sono messo a lavorare. L’ordine era il solito, squadrismo giornalistico e scandalo tempistico intimidatorio. Distruggere cioè il nemico di turno. Avanti, sotto a chi tocca. Si comincia la giornata.
Arriviamo la mattina in redazione con le foto dei ricercati già stampate da Vittorio Feltri, dove c’è scritto tutto: Wanted, reward con ritenute d’acconto e stipendio-premio da parte del Capo più gita gratis sul lago di Como.
Una volta è Fini, una volta è la Marcegaglia, un giorno ne capita un altro sotto tiro, dipende. Io in realtà non scrivo, piuttosto minaccio di scrivere. Di fatto mi ritengo un giornalista potenziale e non professionale, vale a dire un giornalista che minaccia di esserlo. Tutta qui la mia missione politica, che si ridurrebbe in sostanza a una segreta mansione burocratica: una specie di occupato in potenza ma un disoccupato di fatto, pagato però più che lautamente dal giornale.


Nel pomeriggio è venuto Feltri alla mia scrivania, con una foto di Totò Riina. “Questo qui, ieri, durante l’ora d’aria avrebbe detto in carcere le seguenti parole offensive: ‘però questo Berlusconi, che minchia vuole, che vuole governare altri tre anni?’” Questo secondo fonti di fidati informatori.”
La deve pagare cara, mi dice il direttore editoriale. E poi mi porge anche una foto di Montezemolo, con la scritta GOOD REWARD. Mi raccomando, distruggi la sua immagine pubblica, lo devi ridurre a pezzi manganellata dopo manganellata. Olio di ricino dopo olio di ricino. Articolo dopo articolo.

Sono rimasto così fino a tardi in redazione, ho cominciato a mettere paura a tutti quanti. Ho telefonato dapprima a Totò Riina, il famigerato boss corleonese.
Pronto, parlò con Totò. Ascolta, gli ho detto, che non ti venga in mente di parlare male del premier, cioè del mio padrone. Altrimenti racconto in giro che sei stato un mafioso, che ti chiamavano il capo dei capi… capito? Glielo ricordo ai lettori per tre mesi a fila. E poi racconto in giro che tuo figlio ha vinto anche un dottorato di ricerca, non so se è vero, ma lo racconto uguale. In prima pagina ci metto la lista dei crimini che hai commesso, le persone che hai fatto sciogliere nell’acido, ci siamo intesi? Poi ho chiuso. L’avevo intimorito abbastanza.

Di lì a poco chiamo Montezemolo. Gli ricordo alcune fatture gonfiate, roba vecchia che riguardava la scuderia Ferrari. Mi raccomando, l’ho minacciato, guarda che se ti presenti come leader del centrosinistra, contro il mio capo, alle prossime elezioni io potrei scrivere cose molto scomode. Meglio se ti blocchi subito. Passo e chiudo.

Poi ho chiamato qualche altro ceffo su richiesta. Basta. Tutto qui il mio lavoro di oggi. Ben retribuito. E pensare che non ho scritto ancora un articolo. Nulla.
Ho buttato giù il telefono e mi sono fumato una bella sigaretta alla finestra, che dava proprio sui palazzi di Milano, osservavo i cornicioni. Da lì si vedeva anche il Duomo. Le guglie alte. Il cielo. E così ho pensato che sono davvero un grande giornalista. D’altronde, il miglior modo di scrivere è quello di minacciare di scrivere. Tanto ti pagano uguale, scrivi o non scrivi. Questa è la nuova omertà, un silenzio che sta a metà strada tra la lupara bianca e la penna a bic nera.



(Liberamente tratto dal diario personale di Nicola Porro)

venerdì 8 ottobre 2010

diariospycam / Renzo Bossi

Io cioè non so proprio scrivere. Io sono frequentato la scuola Superiore svogliato. Oggi per esempio è una bella giornata, diocàn. Pure se è ottobre.
Io aspetto il Brumaio padano.
Io ho stato bocciato molte volte e non so nemmeno perché. Io credo perché i prof terroni mi odiano, ecco perché.

Io quando accompagno papà nei comizi imparo bene la politica. Quella che si chiama l'arte ho ratoria. Mi pare si scriva così: ho ratoria.
E gli elettori di papà delirano quando lui alza il dito medio. Oppure che scorreggia al microfono. Sputa a terra, scagazza sul palco.
A volte inclina semplicemente il braccio a manico d'ombrello, a volte invece si scaccola. Si leva lo stuzzicadenti e dice: vaffanculo Roma, ueh, dio boia, vai a cagare se mancano i denari. Troppe tasse perlamadonna dice lui tutto d'un fiato. E tutti quanti applaudono papà, che lui ne capisce di fisco.

Ciascuno vede nel mio papà se stesso: ci vede cioè il leader fisiologico da bar che tutti vorrebbero essere, cioè quello lì che dopo aver preso il caffè la mattina presto dice al barista: Adelmo, dove sono le toilette, che devo cagare. E il barista dice puntuale, laggiù a destra. Pulisciti bene il culo. E allora ciascuno ascoltandolo si sente proprio il leader fisiologico che vorrebbe essere.

Per questo mio padre lo compie sfacciatamente in pubblico questo rito virile primordiale, dagli istinti facili facili: e appunto rutta, e poi urla e si gratta davanti, se percaso una cosa che sta dicendo in quel momento porta troppo sfiga... e sputa per terra. Si infila le dita nel naso addirittura. Si mette la forfora finta sulle spalline della giacca. Si toglie le scarpe e ti fa annusare l'odore di formaggio padano semistagionato.
E parla sia di calzini sporchi che quote latte da discutere a Bruxelles, in dialetto veneto naturalmente. Sia di mutandoni di lana che non si asciugano agli stendini - a causa della troppa umidità che ci sta in Val Padana - sia di modalità per disciplinare meglio gli appalti all'Expo 2013.

Io credo alla fine che così deve essere un leader: naturale, come mamma nordica l'ha fatto. Un vichingo fisiologico, senza troppi peli sulla lingua. Perché, modestamente, tira sempre più un pelo di fica che un pelo sulla lingua, almeno secondo me. Non so gli altri. Uno fisiologico, cioè, come dicevo. Uno senza troppe complicazioni o raffinatezze da salotto chic borghese e radical comunistissimo, tipo Bertinotti.


La scorsa notte eravamo dentro un albergo della capitale, con Alemanno. Dopo avergli fatto mangiare la polenta lo abbiamo costretto a cucinare risotto alla milanese, osso buco alla milanese, cotolette alla milanese senza fargli smettere un attimo di cantare ai fornelli "O mia bela Madunina".
A un certo punto papà mi dice: Avanti Renzo, mostrami che sei un leader fisiologico pure tu, avanti, vediamo cosa hai imparato.
Così vado al balcone e piscio dal quinto piano su via Nazionale urlando: Roma ladrona, la Lega non perdona.
E babbo dice, bravo. Bravo Renzo. Ti metto in lista alle prossime elezioni.


(Liberamente tratto dal diario personale di Renzo Bossi)

giovedì 7 ottobre 2010

Ministro della Programmazione televisiva


Eccolo finalmente il ministro. L'ex produttore di Colpo grosso. E' arrivato. Eletto per alzata di dito medio. A porte chiuse. A decidere sono in due. Il Presidente del Consiglio avrebbe detto: cosa ne dici di nominare Paolo? Risposta di Bossi: S.P.Q.R. Acronimo definitivamente decodificato: Sì. Può. Questo. Romani.

martedì 5 ottobre 2010

Tu sei Belpietro e su questa pietra...


Condanniamo con forza la tentata aggressione a Maurizio Belpietro, con un distinguo però. La sua vita. Una vita interamente dedicata al servizio del Capo. Un giornalista nei secoli fedele come lo potrebbe essere un carabiniere qualunque: penna taccuino e niente uniforme. Ecco, una mera questione di obbedienza. Tutto qui. Credere. Obbedire. Scrivere. Una sorta di evangelista mediatico da Porta a porta. Uno che professa un nuovo vangelo. Che recita il suo unico credo canonico. E che difende il suo Dio disprezzando tutti gli altri idoli. Una vita professionale a metà tra l'atto di fede e gli Atti degli apostoli. Ma va difeso chiunque scrive: a favore o contro.

Però va anche detto che qui la libertà di stampa c'entra poco. Ripeto, la tentata aggressione a un giornalista va condannata: altrimenti questa breve postilla non avrebbe dignità di esistere. Ma una sacrosanta verità va detta. La scorta a Belpietro non è come la scorta a Saviano. Come è noto Saviano combatte contro la Camorra. Belpietro in favore di uno solo. Del suo datore di lavoro. Belpietro non è Siani che muore sotto i colpi mortali della Camorra. Non è Beppe Fava. Non è Peppino Impastato. Non è Mino Pecorelli.


Un conto è battersi per la libertà di stampa, un conto per la servitù di stampa. Un conto difedendere gli interessi e la libertà di tutti, un conto è difendere la libertà e gli interessi di uno solo. E allora perché condanniamo il gesto deprecabile? Una mera forma di garantismo. Va tutelata tanto la libertà di stampa quanto la servitù di stampa. Così almeno vorrebbe la democrazia.