martedì 29 marzo 2011

Il pecoreccio come ispirazione

http://www.untitlededitori.com/la-passione

“La Passione” di Marco Montanaro


Untitl.Ed pag. 149


€. 9,00


Se è vero che il racconto orale precede di molto l’invenzione della scrittura, dobbiamo per forza ammettere che non esiste alcuna lingua parlata che non sia nata prima della sua letteratura. Di conseguenza, affermeremo che non c’è narrazione senza affabulazione

E qui subito pongo una domanda a bruciapelo: che senso ha scrivere o parlare se non si cerca di rapire l'attenzione di chi ci ascolta? Sta tutta qui la scommessa di senso ingaggiata dal giovane Marco Montanaro, nel suo secondo libro intitolato: “La Passione” opera che sta a metà tra il romanzo e il documentario. Che cosa incanta di più il pubblico per esempio: un comizio infiammato in tempi di elezione, oppure un racconto che si ispira proprio a quello stile pecoreccio e che viene appositamente distillato in letteratura dal vero? E chi preferiremo alla fine della storia: il politico o lo scrittore? E visto che siamo in tema di Passione, chi salveremo in fondo alla pagina: Barabba o Gesù? Il pecoreccio o l’ispirazione? Evidentemente l’ultima parola spetterà al lettore. Ma attenzione, lettore ed elettore possono facilmente equivalersi

Niente di religioso in questo libro se non l’accostamento alle Stazioni, utilizzate per indicare i capitoli. È di una piccola Odissea strapaesana che si tratta. Una logorroica disavventura di mediocri candidati. Il tutto registrato e riportato, descritto fedelmente, parola per parola. Un condensato di slang dialettale sapientemente mescolato alla lingua nazionale. Questo simpatico sgarro sintattico finisce per creare l’effetto bizzarro di uno Spritz contadino. Un aperitivo da campagna. Un cocktail frantumato in mille schegge di vernacolo dentro un italiano impeccabile, sempre azzeccato negli incastri.

La scene in realtà non hanno nulla a che vedere con la giornata di uno scrutatore in salsa calviniana. Ma rappresentano invece una, due, tre, quattro settimane di calvario pre e post elettorale: trascritte pari pari, sfrondoni madornali inclusi. Un libro teatrale diciamo. Una recita spontanea, genuina, un’opera buffa in cui i teatranti sono i politici medesimi, i quali si raccontano inconsapevolmente comizio dopo comizio. Sempre a presa diretta. Una presa diretta verbale. Ne nasce quindi un effetto strampalato, dirompente e che spiazza il lettore. Ma è anche un gioco linguistico riuscito, a tratti esilarante.

Dicono c’à cambià ma no ccambia mai niente. Di qualsiasi siano: nisciuno cambia niente - questo per esempio è quanto dichiara rassegnato un anziano signore, il quale segnala una imperdonabile lacuna all'interno della piazza principale, quella appunto dei pisciatoi pubblici. Lamentela a cui fa eco il delirio sgrammaticato di un aspirante sindaco: Vorrei chiarire quella battuta che devo essere… dire la verità probabilmente anche un po’ infelice. Ma non me ne pento. Nel senso che quando ho definito banda bassotti non volevo assolutamente dare quel significato topolinesco del quale parlavi tu, non mi sarei permesso di quetto.

E poi ancora: Fatemi parlare, poi magari verrò crocifisso, ma fatemi finire la frase.

Questo montaggio da documentario ricorda un po’ la tecnica cinematografica con cui Nanni Moretti ricostruisce il suo film Aprile”, vale a dire mandando in giro la sua troupe per i comizi a catturare immagini e discorsi. La narrazione sta in sé: consiste tutta in quella farsa irriducibile che è la politica. Benché di Nanni qui ve ne siano due: uno cinematografico e uno letterario. Sì, qui c’è anche la sperimentazione del Nanni Balestrini migliore, il romanziere a presa diretta per eccellenza: quello che ha registrato le epopee minori del secondo ‘900 italiano, trasformandole in opere letterarie di altissimo livello.

Quanto alle parti, diciamo così, a presa indiretta: cioè quelle in cui Marco Montanaro si cimenta nei suoi esercizi di scrittura, l’assolo è efficace, e gli sfrondoni voluti, studiati a puntino: tutto è costruito secondo il ritmo incalzante e la convenienza della narrazione. Il dialetto che troviamo sparpagliato nelle frasi è quello francavillese (città collocata a metà del tacco, quasi a ridosso del confine col Salento) perché è delle elezioni amministrative in quel luogo che si parla. Una vicenda vissuta senza colpi di scena, non ne ve ne sono in verità: è troppo scontata la trama, così come scontati sono i candidati, cioè i suoi personaggi. E comunque la trama qui non c’entra proprio niente. È un docuromanzo, non esattamente un romanzo. È faction anziché fiction.

È di una galleria sconclusionata che si tratta, una sfida tra loschi figuri. Una comitiva di sciagurati fanfaroni: d’altronde, se questi personaggi non sono capaci di organizzare un programma politico affidabile, figurarsi se riescono a esprimere un coerente piano di narrazione! Una trama, appunto.

Forse un libro polifonico, questo sì. Una sinfonia ludica in cui l’autore gioca con la sua bacchetta a dirigere questa miriade di comizianti stonati. Una narrazione che ci immerge dentro una storia minore, periferica, provinciale e che comunque è la metafora di un’Italia intera, di una italianità che si rivela a tutto tondo: un po’ come la Sicilia sciasciana. A proposito, nel libro in questione Leonardo Sciascia viene citato da un politico durante un comizio: e come ogni tradizione da comizio vuole, naturalmente, a sproposito.

sabato 26 marzo 2011

In caso di pioggia ci sarà l'autore



L'Associazione culturale DiVentoInVento

DOMENICA 27 MARZO 2011

Ore 19.00




ALFONSO DIEGO CASELLA

ZERO AL 100%


Spettacolo Teatrale Musicale

Testi e musiche:

Alfonso Diego Casella



Composizioni e arrangiamenti:

Tommaso Taurisano



LOCALITA' MULINO DELLE BAGNAIE S.P. 408

KM 11 / 1 km dopo dopo Pianella

direzione Gaiole in Chianti

Mia zia è meglio della diplomazia

A cosa serve la diplomazia?
Abbiamo inaugurato negli ultimi trentanni un nuovo tipo di tiranno. Il tiranno a termine: un dittatore che in sostanza è criminale, terrorista e poi a un certo punto l'accusa decade. E ridiventa misteriosamente amico dell'occidente. Per poi ritornare nemico nuovamente alla prossima scadenza del mandato morale stabilito dalle diplomazie internazionali.
Ma è soprattutto una prestestuosa diplomazia da malato terminale che è stata inventata: l'ideologia cioè del non fare nulla, non prevenire, non prescrivere farmaci, in modo da accorrere poi tutti quanti al capezzale del morente e affermare in coro e a pieno titolo che, appunto: non c'è più niente da fare.
A quel punto è chiaro che nessuno può fare niente. La forza militare perciò s'impone sovrana su qualunque soluzione diplomatica. Ma a voi piacerebbe avere un medico così? Uno che aspetta che un raffreddore diventi col tempo broncopolmonite e che peggiori in una fase acuta, e poi, una volta che siete con le bombole d'ossigeno, morente, quello dica ai vostri parenti: mi spiace tanto, è una faccenda grave, decidete voi se occorre o meno l'eutanasia. Ecco, giudicatelo, che razza di medico sarebbe questo?
La finalità della diplomazia liquida-globale è dunque quella di lasciare sporgere il tiranno fino a un punto irreversibile, affinché cada e si rompa il collo. Punto. Non è quella di pre-venire, al contrario, di far avvenire, lasciare cioè che tutto quanto accada con una piena e democratica legittimazione militare! Paradossalmente è una diplomazia che lavora più per avvantaggiare i presupposti di una prossima guerra che per evitarla!
E questo scherzetto dura ormai da molto: guerra del Golfo nel 1991, guerra nel Kosovo otto anni dopo, invasione dell'Afghanistan nel 2001 e infine l'affair Iraq nel 2003. Libia di Gheddafi, adesso.
La strategia diplomatica in tutti questi casi non ha fatto altro che registrare il termometro e dire che la febbre non c'è affatto, i livelli non sono così significanti. Le ambasciate omissive non hanno fatto altro che attendere la fase terminale del malato, ignorandone tutti i sintomi, più che decennali ormai.
E' chiaro che più si ignora il sintomo e più si profila inevitabile il conflitto. E più si avvicina la pacifica divisione del bottino!
Tuttavia è stupeface questo ipnotico mantenimento in vita della democrazia, con le flebo e le macchine da guerra occidentale; è tanto orwelliano quanto ridicolo un simile accanimento pacifico nel voler fare la guerra con la piena e definitiva legittimazione dell'eutanasia di qualunque sovranità territoriale.
Una diplomazia così, una diplomazia che lascia ammalare il tiranno fino a un punto irreversibile - senza prescrivere prima nessun farmaco, senza avvertirlo dei suoi effetti indesiderati, senza abituarlo a sottoporsi a una qualunque forma di prevenzione democratica - è una bufala, altro che diplomazia! Sono fantocci. Viaggiatori esautorati. Svuotati da ogni funzione.
Tutto questo però lascia presagire una morale: che in questo nostro sistema economico globale, non è assolutamente vero che non c'è posto per i tiranni. No. Non c'è posto per i tiranni non allineati, questo sì.

giovedì 24 marzo 2011

Gli Escort responsabili


Prescrizione breve e prostituzione a lungo termine. Ennesimo squallore ad personam. E gli Escort responsabili aiutano il premier nel conflitto di attribuzione sul caso Ruby. Maggioranza raggiunta. Una maggioranza pagamento. A botta di offerte: in macchina, a casa, sul prato. Nomina di un nuovo ministro come ricompensa. Inquisito. In odor di mafia tanto per cambiare. Responsabile pure lui. Ma vuoi scherzare? Mi fermo qui.
Vomitate, gente. Vomitate.

martedì 22 marzo 2011

Ieri, oggi e domani


Sonettone ad un campione che si noma Napoleone

di Vittorio Alfieri



Pingi, pittor, d'umano sangue lordo
Sopra carro di piombo il Genio Franco
E' cospirante in vergognoso accordo
Furore e crudeltà metti al suo fianco.


(Sonetto inedito - composto tra il 1700 e il 1803)

domenica 20 marzo 2011

Fratelli d'Italia o Sorelle del petrolio?


La prima vittima della no fly zone fu Enrico Mattei - presidente dell'ENI - il 27 ottobre del 1962, perché osò sfidare quelle che lui chiamava "le Sette sorelle del petrolio" (Exxon-Mobil, Shell, BP, Chevron Texaco, Gulf Oil - due sorelle sono morte, cioè sono state incorporate da sorelle maggiori).
Venne manomesso il suo aereo. La guerra libica comincia qui.

Poi ci sono altre vittime della no-fly zone, da ribattezzare no Oil zone: gli 81 passeggeri che viaggiavano la sera del 27 giugno 1981 da Bologna a Palermo. Esplosero in volo. Due misteriosi Mig libici furono ritrovati in Calabria. Caduti anche quella notte. Tutte morti misteriose. Qualcosa di grave accadde quella sera. Forse quei viaggiatori furono vittime inconsapevoli arruolate in una guerra scellerata che si combattè segretamente nel cuore del Mediterraneo, quasi parallelamente alla guerra fredda. Una sorta di muro di Berlino costruito nel mare. "Linea della morte" la chiamava invece la buonanima del Colonnello Gheddafi. E ancora il 19 agosto 1981, ci fu un nuovo scontro aereo nei cieli sopra il Mediterraneao fra americani e libici. Erano i tempi di Rambo al cinema e di Ronald Reagan alla Casa Bianca.

Il 15 aprile del 1986 un altro attacco: dalle basi britanniche in Scozia si alzano in volo 45 aerei che sganciano 232 bombe e 48 missili. Gheddafi non muore, si salva. Muore sua figlia.
Oggi i francesi si affrettano a bombardare la Libia. Per la democrazia, ovviamente. Spiazzando qualunque altri paese democratico. Vogliono arrivare prima: liberté, egalité, fraternité.

Ma perché gli i francesi sono più interessati alla democrazia di tutti gli altri paesi e vogliono instaurarla in gran fretta, e cioè, prima che arrivino altri paesi democratici a democratizzarla? Voglio dire, ma tutta questa frenesia democratica di Sarkozy da quale emergenza è giustificata? Vogliamo veramente credere nella solita balla esplosiva della democrazia? Ma perché non diciamo che in occidente usiamo le bombe per trivellare i pozzi, per far fuoriuscire altro petrolio, per mungere meglio i paesi governati dai tiranni, compari nostri proprio fino all'altro ieri?

sabato 19 marzo 2011

diariospycam / Stefania Prestigiacomo

Guardo il disastro in Giappone. Lo Tsunami, il terremoto, le notizie sui reattori nucleari, conto i morti, il rischio di contaminazione, le radiazioni, i bambini morti, sia presenti che futuri, tasto l’apocalisse, la sento, si avvicina, mi invade la pelle dove ci ho spalmato sopra la crema da notte.

E sento la morte, imminente, ho paura, mi sveglio, sudo, è panico, bevo, è breve, sto male, di stomaco, vomito, la notte, non mangio più: i morti giapponesi mi perseguitano. In salotto. In camera da letto. Ho un groppo in gola la notte, l’umanità… forse, potrebbe fare una brutta fine, un giorno, e così le mie proprietà a Palermo, a Roma: la villa al mare a Mondello, a Canicatti… il Suv nuovo, la mia macchina ministeriale blu ultimo modello, il cancello della villa su in montagna. Oddio, il mio ministero potrebbe scomparire da un momento all’altro, la mia poltrona volatilizzarsi, così, polverizzarsi di colpo… un buco nero potrebbe tranquillamente invadere il mio salotto coi divani e le stampe del ‘700. E distruggerle, mangiarsele tutte a una a una.

Mi sveglio allora. Vado sotto la doccia. Non sono mica male io, nonostante l’età che avanza, qualche ruga che tradisce qua e là. Una smagliatura e basta. Mi guardo allo specchio, nuda. Minchia, ma le cosce non tradiscono. Sono bella. Una bella donna ancora sono. Ecco. Con la luce del sole le paure sono finite. Esco. Incontro i giornalisti. Mi chiedono come ministro dell’Ambiente che cosa penso del Nucleare. Aspetto. Aspetto che il microfono si avvicini di più alla mia bocca sensuale. E allora sparo a voce normale questo ego-pensiero, con il mio bravo accento da perfetta siciliana scoglionata: “Noi, dobbiamo, ripensare, al nucleare… ci vorrebbe, una, strategia di riflessione.

Mi riposo un attimo come se fossi arrivata in cima a una salita, e riprendo fiato più scoglionata che mai: che, noi, mica, possiamo, rischiare, di, perdere, le, prossime, elezioni, amministrative. Punto, dico ai giornalisti. E basta.

Togliete le virgolette ragazzi, dico.

Quello che i giornalisti non capiscono, sinceramente… è la differenza, fra rischio di radiazioni… e rischio elezioni. Minchia, io, per esempio, sono, una, figa, atomica. O, come si dice in siciliano: io fui una figa atomica. Adesso, conviene cambiare tattica però. Mi sono convertita al Dio della contingenza: una figa antiatomica sono. Dio liberi. Figa anti-atomica. Ma sempre figa, no?

(Liberamente e idealmente tratto dal diario personale di Stefania Prestigiacomo, ministro dell'Ambiente)

venerdì 18 marzo 2011

Quando la tv è adiposa


Da qualche giorno è atterrato sullo schermo nazionale il difensore estremo del premier puttaniere: già Unto del Signore. Non sto scherzando. Il kamasutra e la politica sono una cosa seria. Quanto al compenso che riceve in cambio a ogni sparata, si può dire che in sostanza è tutto grasso che cola: soldi pubblici a palate. Come meriterebbe un fedelissimo. Anzi no, un feudalissimo: obbediente, vassallo e ultramilitante. Un Sancho Panza letterale e massmediatico che deborda dallo schermo stando seduto col pensiero. Lo schermo è piatto, lui no. Eccolo qua il condottiero buzzicone in difesa del suo cavaliere. Guardatelo il capitano di ventura che riorganizza l’armata Brancaleone degli opinionisti alla crociata. Crociata antipuritana ben inteso, in difesa dei luoghi pubici come del Santo Sepolcro. Family day e fucking day per lui pari sono.


Eppure lo schermo non piatto non fa audience. Ma come, tutto quel lardo in diretta pagato un tanto al chilo e poi non c’è nemmeno trippa per i gatti?
Ma che spreco di soldi pubblici questa tv adiposa. Bloccattela. Boicottatela, please.

E pensare che una volta era pure antiaborista. Sì. Era sceso in campo con una lista sua, sotto l’egida del Capo. E ora, senza saperlo sta rischiando di danneggiare futuribili nascituri.
Un presentatore simile, ogni volta che compare sullo schermo, rischia di fare un torto alla sua stessa vecchia causa: l’aborto. Qualunque donna incinta, solo a sentirlo nominare ci ripensa quasi subito: mettere o non mettere al mondo ominicchi che si nascondono nello spessore della loro obesità ? Non sia mai. E allora, che fare: aborto sì, aborto no. Oddio. E se mi va a nascere proprio uguale? Beh, come minimo… è taglio cesareo assicurato!

martedì 15 marzo 2011

Apocalypse soon?


Di questi giorni ricorderemo sempre la nostra involontaria accidia televisiva. Neppure la forza di premere il telecomando e cambiare da una tragedia spettacolarizzata all'altra. L'assoluta routine di assorbire e guardare e ingurgitare avidamente le notizie. La morte come evento mediatico e quindi fuori di noi. Non distante da noi, attenzione: fuori da noi. Le radiazioni nucleari insomma come plot televisivo costruito con sapienza. Reality show. E questo può capitare sia davanti a un piatto di spaghetti che dentro un bar con la musica soffusa. E lì può capitare tranquillamente di vedere astruse immagini vomitate di incendi e distruzione mentre dici: un caffè macchiato, grazie.
E il barista guarda le immagini e poi ti chiede: macchiato freddo o caldo?
No, caldo grazie.


Ciò che stupisce è il cinismo involontario. L'assoluta normalità del nostro percorso giornaliero, assolutamente ordinario rispetto alla straordinarietà degli eventi storici. Nulla ci sconvolge più se ci viene detto dalla voce rassicurante della televisione: un ecatombe nucleare, un terremoto in Giappone, un Esodo postmoderno dal nordafrica dalle proporzioni bibliche. E neppure la lingua babelica delle mezze verità ci stupisce: le notizie date e poi smentite e poi riconfermate, per essere smentita via via finché dura lo spettacolo. Una dualità senza fine, perennemente incerta.
Apocalisse nucleare quindi. Esodo da immigrazione planetaria. Una deriva continentale di popoli che si muovono da una costa di mare all'altra. Genesi e Torre di Babele mediatica. In poche parole tanto il Vecchio che il Nuovo Testamento. Mai una riflessione sui nostri modelli di sviluppo. Né sul senso economico e dove stiamo andando a finire. Niente. Solo uno spettacolare panico, ma talmente spettacolarizzato che l'audience non si aspetta più che l'incubo che lo riguarda interrompa di annientare una consistente porzione di umanità. No. Non sia mai. La platea sta solo aspettando che la notiza-spettacolo cali il sipario a un certo punto: tra un annuncio pubblicitario e l'altro.

lunedì 14 marzo 2011

La nostra Costituzione secondo Brancati




"Nella nostra Costituzione repubblicana manca forse l'articolo più importante, il solo a cui la Costituente avrebbe dovuto dovuto dedicare la sua unanimità, il primo che doveva essere estratto dalle nostre ultime sanguinose esperienze: Quando per opera di pochi o di molti si stabilisce la tirannide, il cittadino è sciolto da tutti i suoi obblighi e giuramenti."
Vitaliano Brancati, Diario romano



lunedì 7 marzo 2011

L'ultimo martirio di Bondi

Si avvicinano le dimissioni di Sandro Bondi
mercoledì potrebbe lasciare il ministero


Come faremo senza Bondi d'ora in poi? Con chi ce la prenderemo per esempio quando crollerà Pompei? Senza di lui non c'è gusto. Il gladiatore sadomaso dell'imperatore. Colui che si lanciava a tuffo negli studi televisivi in pasto ai giornalisti feroci, uguale a un martire cristiano. E che rispondeva alle domande più crudeli. E dibatteva. E difendeva l'imperatore senza tregua. E la croce difendeva. E invece l'imperatore abbassa e alza il pollice. Lo fa fuori per divertimento. Per accontentare la plebaglia di aspiranti neoministri, i Responsabili della suburra. Zero riconoscenza nei confronti del suo martirio. Da mercoledì prossimo potrebbe lasciare il ministero. Lutto perciò nel mondo della cultura. E dove lo troviamo ora un'altro come lui? Come lo rimpiazziamo uno così: colto, preparato, coraggioso. Un ministro della Cultura che sembra quasi un ministro dei Trasporti che non ha mai preso un autobus.


Disperazione nel mondo delle patrie lettere. Nei musei Vaticani. Negli Uffizi. La Venere del Botticelli avrebbe indossato un burqa per segnalare il suo dissenso: e ci sono scrittori che si lanciano dai balconi. Artisti che minacciano di tagliarsi le vene. Fumettisti depressi. Graffitari in lacrime. E poeti che occupano i binari della stazione in segno di protesta.

No. Non se ne deve andare cotanto culturame istituzionale. Ecco come gridano le piazze stracolme di intellettuali in agitazione permanente. I giornalisti si battono il petto. Non ci abbandonare recita uno slogan a due passi dal ministero. Intanto il Davide a Firenze, a quanto pare, si sarebbe toccato i coglioni: davanti a gruppi di turisti attoniti che lo fotografavano in quella strana posa; la statua ha fatto quel gesto - si dice - non appena ha ricevuto la notizia.

venerdì 4 marzo 2011

Il nuovo Pierino, l'onorevole Vitali


No. Anzitutto non si tratta di Alvaro Vitali: l'attore che travasò il personaggio di Pierino dalle barzellette al cinema. Questa volta si tratta di un parlamentare: si chiama uguale. Vitali. Onorevole Luigi Vitali. Quoziente intellettivo e bagaglio culturale degno d'un Pierino qualunque. Da barzelletta appunto.

Avvocato di provincia, aspirante sottosegretario: diventò famoso qualche anno fa quando gli chiesero a bruciapelo in televisione: onorevole, quando è scoppiata la rivoluzione francese? E Luigi Vitali rispose impassibile: a metà ottocento, credo.

A ripetizione. Altro che sottosegretario. Allergia alla cronologia si direbbe. E rieccolo a cimentarsi ancora col tempo: la prescrizione. La prescrizione breve. Una proposta di legge ad personam rifiutata nientemeno dalla medesima persona a cui è indirizzata. Un azzardo temporale che persino il fido Ghedini avrebbe sconfessato. E non solo. Dalla fredda città di Helsinki, dove il premier è andato a partecipare al vertice Ppe, è arrivato immediatamente l'invito dal boss a ritirare la proposta servile. Troppo servile sembra dire Berlusconi. Una legge evidentemente troppo ad personam! Una barzelletta quasi. Una barzelletta alla Pierino questa raccontata in parlamento dall'onorevole Vitali. Come si dice: buon cognome, non mente.

martedì 1 marzo 2011

Due beduini culo e camicia




Si dichiaravano amici per la pelle. Entrambi condividevano il bunga bunga come gioco erotico privato: il primo nella sua tenda pacchiana da circo, l’altro nel villone con mausoleo incluso - un circo cimiteriale pure quello. Due beduini anticostituzionali di razza. Uno libico, l’altro nordico. Resistono allo stesso identico modo. Non mollano. Non mollano: il primo pagando avventurieri e capitani di ventura, assassini prezzolati dal Ciad e dintorni, mentre l’altro acquista parlamentari abili a prostituirsi al miglior offerente. Così come paga mercenari come la Santanchè perché vada a sparare cazzate in diretta televisiva. E così Cicchitto. Ferrara. Sgarbi. Straquadanio. E via via tutta la sua fida corte di infidi notabili innominabili.
L’uno fa i raid aerei sul popolo che manifesta contro il regime, l’altro compie raid mediatici contro il presidente della repubblica e contro i magistrati, la Corte Costituzionale.
L’uno dice che i manifestanti sono sotto effetto di sostanze allucinogene o manipolati di Al Queda, l’altro invece li dichiara Radical chic, Pericolosi comunisti, Traditori della patria e del voto popolare. Ecco, forse il vero bunga bunga politico sono loro: l’uno tra le braccia dell’altro.