mercoledì 26 ottobre 2011

Strategia del terrone

NON SOLO LA SIGNORA Bossi è andata in pensione a trentanove anni. Ma peggio. E' nientemeno siciliana. Da non credersi. Una bizzarria. Un lumbard del continente che vuole fare la secessione e che dovrebbe cominciare dal divorzio coniugale prima di quello geografico o politico. Prendiamo per esempio un'altra fedelissima del premier. Politicamente parlando, quasi una seconda moglie. Esponente di punta degli aspiranti secessionisti: Rosy Mauro. Nativa di San Pietro Vernotico. Brindisi. Puglia. Meridionale di razza a cominciare dall'accento. Dicono sia sbarcata a Milano negli anni ottanta. Era giovinetta la terrona quando si iscrisse alla Lega. Non esisteva la paura dei vu' cumpra'. All'epoca le mura di Millano erano infestate da scritte del tipo: Terroni via da Milano. Etna erutta. Forza Vesuvio.

LA STRATEGIA DI BOSSI in conclusione è chiara, e diciamola pure: la secessione del meridione d'Italia dai fannulloni fintamente laureati come lui. E da quei ritardati scolastici Cepu-fancazzisti come suo figlio Renzo. Uno che vive alle spalle del sud facendo il consigliere regionale. Prendendo ogni mese un lauto stipendio che non merita. Un parassita. Un sanguisuga.
A proposito di sangue. Si racconta che a Hitler scorresse sangue ebreo nelle vene. Voci di anagrafe e di corridoio. Biografi in malafede. Ma niente niente che il lumbard doc avrebbe origini calabresi o lucane? Un colpaccio. Ma vuoi vedere che alla fine era una tutta una finta? Che so, l'intezione di dare vita ad una secessione capovolta. Era esattamente qui che intendevo arrivare. Sì. Un malinteso. Una strategia. La strategia del terrone.

martedì 25 ottobre 2011

Lascia che sia eutanasia


QUANTO E' LUNGA l’attesa davanti a questo fottutissimo capezzale. La misura è colma, non vi pare? Troppo l’accanimento terapeutico dei cosiddetti Responsabili disperatamente alleati nell’estremo tentativo bocca a bocca di rianimarlo. Di tenerlo in vita. Perfino i cattolici – fanatici paladini della vita – perfino loro hanno mollato la presa definitivamente: e cioè il cadavere in delirio onirico e in stato di avanzata decomposizione. E tutto ciò nonostante la compravendita sottobanco di nuove formazioni politiche – toh, guarda caso, proprio di medici-comici a quanto pare molto esperti in tecniche di ago puntura. E cosa dire poi delle infermiere servili tutto fare?


NIENTE, ECCOLO PROMOSSE in prima fila a ricoprire incarichi di sottogoverno. Prosit signore e signorine. Buon pro vi faccia. Alla faccia nostra, rispettabili pagatori di stipendi e debito pubblico. E giù prebende a crocerossine anonime, guaritrici di maggioranze miracolate. A ricattabili pompieri spegni- incendio. Laute mance all’intero sistema parlamentar-ospedaliero che si ostina a tenere ignobilmente in vita un cadavere in rigor mortis più che mai presunto. Eutanasia politica, sì. Eutanasia ci vuole. Suicidio partitico assistito. Ripeto, perfino i cattolici si trovano d’accordo con una simile scelta etica. Sì. Bisogna assolutamente staccare la spina a questo incubo. A questo scandaloso Matrix reload visto e rivisto al telegiornale. A questo corpo rifatto mille volte ma più vegeto che vivo. Guardatelo bene. Osservatelo oltre il cerone e la pelata incollata con la pece.


NON LO TROVATE ANCHE VOI un vegetale ridicolo di cui c'è seriamente da vergognarsi, un simile perdigiorno che resta fintamente in vita attaccato col culo alla sua sedia come la faccia ad una bombola d'ossigeno? Ecco, non vi sembra questo gioco una specie di oltretomba che diventa macabra attualità giorno dopo giorno? Non vi sembra costui un defunto capriccioso che simula e simula riunioni che altro non sono che sedute spiritiche con le sue stesse controfigure rimaste in vita? Come dire, non vi pare questo bellimbusto, un anziano paziente plastificato e irrigidito dall'ennesimo tentativo chirurgico di esistere? Oppure, è uno già preventivamente imbalsamato. O meglio, la reincarnazione di se stesso e che per omertà non si è nemmeno deciso ad annunciare la sua morte.

ECCOLO INSOMMA CHE parla e parla a vanvera. Viaggia, a quanto pare, verso Bruxelles con dei fogli vuoti. Che ancora muove la bocca. Al microfono. Tutti fingono di sentirlo. E lui che finge di ridere. Che annuncia più che mai ridicolo e solenne dal profondo del suo coma farmacologico ormai irreversibile, le fantomatiche riforme promesse da ventanni e che trasformeranno definitivamente il paese in una cuccagna pubblicitaria, in un trip acido da cui neppure noi rischiamo di non risvegliarci più. No. Non è lui, credetemi. Sta semplicemente delirando in playback. E quel che è peggio, il delirio è stato scritto anche da un altro. Giuliano Ferrara, tanto per citare il nome di un ghost writer in stato di ebbrezza eternamente molesta.
A dire proprio il vero non è neppure il caso di affermare: morte al re! No. Macché, il re è già morto. Avanti, staccate questa spina per favore.

domenica 23 ottobre 2011

Marco Pannella / diariospycam

La cena a palazzo Grazioli l'altra sera è stata davvero graziosa. I maggiordomi ci aspettavano sulla soglia. Ci servivano a tavola con stile. Il maggiordomo Alfredo, ogni tanto passava un cellulare colombiano. Un cellulare peruviano. A volte un pataccone antidiluviano del Burundi. E ogni tanto il premier rispondeva a Lavitola. In qualità di consigliere culinario personale Lavitola suggeriva anche il menu. E allora da Panama ci ha raccomandato una bella porzione di agnello al forno, con contorno di piselli e patate. Dopo una bella pasta alla puttanesca, ovviamente.
Certo, una puttanesca ci vuole, ha sorriso il premier. Oppure due gnocche fresche fresche in brodaglia di Escort al peperoncino essiccato. Ci ha anche raccomandato dei fagioli all'uccelletta, per contrappasso. Naturalmente ho interrotto l'ennesimo finto sciopero della fame. A me mangiare piace. Col cazzo che io sciopero. Solo gli italiani abboccano a questa bufala mia inventata quarantanni fa del cosiddetto sciopero della fame. In realtà io oscillo. Oscillo e basta. Non sciopero, oscillo. Se non oscillo nella mia azione politica va a finire che non ci trovo alcun gusto. L'agire politico, almeno per me, è pura oscillazione. Astrazione e oscillazione. In realtà sono un pendolo. Un'altalena automatica. Ed eccola svelata finalmente la mia genetica propensione agli scioperi della fame: se vuoi oscillare meglio, devi rimanere per forza a stomaco vuoto. Altrimenti poi ti viene il mal di mare.
Al momento del dessert - anche questo vivamente consigliatoci da Lavitola, con un cellulare caraibico portatoci prontamente dal maggiordomo Alfredo - il premier mi ha chiesto cosa desideravo in cambio dell'appoggio al suo governo. Alfredo ha portato questa volta un libretto degli assegni, come capita in simili occasioni. E qui ho detto no. A me basta solo un piatto di lenticchie. A me le rimanenze della cena, che in genere vengono date ai cani, valgono molto più di una poltrona. Io mi vendo per niente gli ho detto. Mi accontento davvero con poco. Oscillo e basta. Datemi solo gli avanzi, vi prego. Fatemi oscillare politicamente e mi fate l'uomo più contento del mondo. Voglio solo un bel pacchetto con gli avanzi. Il premier ha chiuso il libretto degli assegni. Mi ha regalato un 45 giri vintage originale intitolato: Guarda come dondolo. Me lo ricordo bene questo motivo Ero giovane all'epoca e lo ballavo. Anche lui lo cantava sulle navi da crociera. Così abbiamo cantato insieme la canzone: guarda come dondolo, guarda come dondolo. Eravamo uno spasso io e Berlusconi. Nel frattempo il maggiordomo Alfredo ha preparato un bel pacchetto con gli ossi di pollo e quanto era rimasto dell'agnello già azzannato dal resto della tavolata. E me lo dà, sotto la porta, assieme alla giacca di tweed.

(Liberamente tratto e ispirato - interamente inventato - dal diario personale di Marco Pannella)

martedì 18 ottobre 2011

Strategia della manifestazione

NON E' AFFATTO VERO - come dice Maroni - che poteva scapparci il morto. Qui il morto ci è scappato per davvero. Ed è la democrazia. Questa fantomatica pista black bloc senza capo e senza coda è la versione risciacquata della vecchia e fantomatica "Pista anarchica".

DAPPRIMA CI FU la strategia della tensione. Tanto, tanto tempo fa. Vale a dire nelle stragi di stato dal 1969 fino al 1983. Per intenderci, da Piazza Fontana fino alla strage di Natale sul Rapido 904 - passando ovviamente per Piazza della Loggia a Brescia, strage alla Stazione di Bologna, Italicus, eccetera. Omissis abbondantamente garantiti. E impunità a gratis a chi si trovava nella famosa "zona grigia".

QUALCHE DECENNIO DOPO si passò invece alla cosiddetta strategia della conservazione: strage dei Georgofili a Firenze. Bomba a Milano. A Roma. Quella prima tipologia di strategia fece dimenticare all'Italia i bollori dell'Autunno caldo. I diritti civili che traboccavano in ogni piazza. Erano i tempi della guerra fredda. Una guerra fredda che si giocava in casa. Nella seconda tipologia di strategia invece c'era l'Italia di Tangentopoli. L'Italia che mandava a casa (o meglio, in galera) un'intera classe dirigente, tagliando le teste dei mafiosi eccellenti. La terza ipotesi di strategia la denomineremo strategia della manifestazione: ovvero, come infiltrarsi all'interno di un corteo e creare panico, scompiglio, disperdere i manifestanti con il falso pretesto della rivoluzione armata. Funzionale allo scopo di destabilizzare un coraggioso esperimento di democrazia diretta. Una governance globale dal basso.

NEI PRIMI DUE CASI citati c'era stato lo zampino dei servizi segreti (deviati, o semplicemente stranieri) e questo fu pure appurato. Ma nessuno fu punito mai, giustamente. In questo ultimo caso gli ultras novelli ultrapoliticizzati si sarebbero niente meno addestrati a due passi dalla Francia. In Val Susa, in Piemonte. Tecnica veramente affinata questa. Trovata geniale. Niente più fascisti come manovalanza. Niente più valigette cariche di tritolo da nascondere sotto il tavolo di una banca. Né dentro sale d'aspetto di stazioni. O sui treni in corsa nelle gallerie. Tutto è cambiato adesso: diversi i soggetti e gli oggetti da scegliere come bersaglio. A quanto pare gli anarco-insurrezionalisti avrebbero ricevuto una educazione paramilitare all'aria aperta. In montagna. All'insaputa di nessuno, così ci dicono. E che nessuno li avrebbe manipolati. Stranemente nessuno li ha fermati in anticipo benché le informative delle intelligence nostrali fioccassero da giorni.

IL RISULTATO è il seguente: limitazioni e restrizioni a chi manifesta liberamente e pacificamente in piazza. E dunque una ulteriore violazione di un diritto al libero esercizio di democrazia diretta. Ma c'è un altro risultato passato in sordina nei notiziari e nel silenzio più assoluto degli strilloni del Grande Capo - quasi tutti ex sessantottini tra l'altro, nati e formati a Valle Giulia e che oggi urlano e si stracciano le vesti - che, a quanto pare, la Francia starebbe per chiudere le frontiere per il prossimo G 20, onde evitare eventuali disordini. E tutto questo alla faccia di Schengen. Alla faccia dell'Unione europea, che più va avanti e più diventa una sfigata confraternita di banche non perfettamente allineate. La notizia vera è questa: d'ora in poi i G8 o i G20 diventeranno riunioni globalcondominiali tra capi di stato. Potentati che s'incontrano per un caffè. A nostre spese. E basta, nessuno deve saperne più niente. Una riunione privata tra famiglie ricche. Nessuno pacifico manifestante deve può ficcarci il naso: loro sì naturalmente. I capi. Loro possono ficcare le mani nel portafogli di chiunque.

INSOMMA, DICIAMO CHE la strategia della manifestazione è perfettamente riuscita nel suo intento. L'efficacia comunicativa degli infiltrati no-global & black bloc che rompono e sfasciano tutto quanto - tranne i palazzi del potere - è ineccepibile. Probabilmente anche anonimi agenti provocatori in maschera antigas, che feriscono perfino i loro stessi colleghi pur di proteggere l'élite ecomomica spaventata a morte da una miriade di cortei globali che lentamente sta sferrando un assedio pacifico e disarmato. Eccolo spiegato bene l'intento finale dei bravi "condottieri" postmoderni: bloccare sul nascere qualunque forma di democrazia diretta, proveniente dal basso. E soprattutto perché, più la protesta indignata si va allargando via internet e più diventa pericolosa agli occhi della sovranità economica globale che si sta mangiando il pianeta.

ANCHE LE GUERRIGLIE ben organizzate purtroppo hanno le gambe corte. E perciò la favola di questi ragazzotti guastafeste, ben travestiti da capitani di ventura abilmente incappucciati - e probabilmente al soldo di oscure entità invisibili - giuro che non funziona. No, non ci convince affatto. Ma non ci vengano a raccontare adesso che avrebbero effettuato 12 arresti soltanto su qualche centinaia di guerriglieri scatenati. Ci sembra questo un numero troppo esiguo. Quattro pivelli arrestati è troppo poco. Niente coperture dall'alto, per carità. Niente omissis per favore. Zero reticenze. E i nomi dei mandanti devono saltare fuori. O li farà la Rete prima o poi fotogramma dopo fotogramma. La storia dei black bloc che si esercitano in Val di Susa e che si dà appuntamento a Roma non tiene. Vogliamo conoscere prima cosa chi è stato il regista occulto di un simile scempio.

NON CI CONVINCE LA DINAMICA degli scontri tanto per cominciare. La mancata prevenzione. Le informative ricevute e mai prese in seria considerazione. Anche io questa volta sto coi poliziotti, come il buon vecchio Pier Paolo Pasolini. Perché ancora una volta i poliziotti si sono dimostrati figli dei poveri e non papà-banchieri o bancari come ce n'erano dall'altra parte. Non sto con quella truppa ben manipolata e ben addestrata da qualcuno, che col pretesto della rissa psedo-anarcoide vuole mantenere in realtà lo status quo. Distruggere i bancomat come ultimo gesto estremo per proteggere in maniera definitiva le banche di papà dal pericoloso assedio di duecentomila pacifisti. Non è un caso che uno o due degli arrestati abbia un perfino paparino che lavora in Bankitalia. E' chiaro, in maniera del tutto paradossale era al padre che voleva coprire il culo. E al contempo garantire un posto a sé stesso magari a rivoluzione no-global terminata.

MA DOVE STANNO OGGI tutti quei pivelli che un tempo gettavano le pietre ai poliziotti a Valle Giulia? A pensarci bene lavorano quasi tutti in banca. Lo sappiamo eccome. E chi non è riuscito a entrarci sfortunatamente - perché la porta era troppo stretta - è finito nientemeno a dirigere un giornale che si chiama "Il Foglio". E l'altro compare lavora ancora a Italia uno. E via via dicendo. Appunto, tutti quanti strilloni del Grande Capo. Black bloc anche lui, almeno a giudicare dalle ultime intercettazioni telefoniche: "Facciamo la rivoluzione - avrebbe detto il Grande Capo - ma la rivoluzione vera... Portiamo in piazza milioni di persone, facciamo fuori il palazzo di giustizia di Milano, assediamo Repubblica: cose di questo genere, non c'è un'alternativa."

sabato 15 ottobre 2011

Indignados nel bunker di Silvio




TRUPPE DI RADICALI lealisti e i Responsabili Tuareg sparano per le vie di Tripoli per difendere il loro capo. Gli Insorti-indignados intanto, senza più prospettiva, senza futuro, senza una pensione garantita, affamati più che mai dalla manovra economica del governo invadono finalmente la capitale, a migliaia. Contro le banche. Contro il governo.

ENTRANO NEL BUNKER di Palazzo Grazioli. E lì ci trovano solo due cameriere e tre Escort. Il Raìs è scappato via mare dicono. Dal deserto, puntualizza Giuliano Ferrara, sulla sua rivistina pornografica chiamata Il Foglio dell'Ayatollah. I fatti tumultuosi sono avvenuti a neanche due giorni dal gesto furibondo del direttore Emilio Fede, in diretta, il quale ha durante il suo telegiornale serale, prontamente esibito un revolver in pugno, avvertendo l'audience che lui e l'intera redazione di beduini Fedelissimi avrebbero difeso il loro Rais fino alla morte.

BENE, A SOLI DUE GIORNI dal quel gesto epico estremo, lo stesso giornalista e direttore del tg libico, è scomparso, facendo perdere le sue tracce. Sicuramente a seguito dell'invasione degli Insorgenti-Indignados che avevano accerchiato la redazione. I giocatori di poker gli sono alle calcagna. A quanto pare, dovrebbero riscuotere consistenti debiti di gioco, di cui si era fatto garante tra l'altro il Raìs. Si conclude così l’era del berluscoghedafismo, un colpo di stato mediatico-militare durato quasi diciassette anni. Con la geniale pantomima delle elezioni televisivo-democratiche. Finisce così il regime del tycoon di Tripoli. Il Raìs costruttore di Tripoli-due. L’uomo a cui perfino il colonnello Gheddafi - la sua dolce metà - aveva baciato la mano.




LA LIBIA FINALMENTE è libera grazie all'intervento degli Indignados. Il numero due del regime del Raìs, Gianni Letta, è fuggito anche lui dalla capitale in nottata, dopo aver disperatamente cercato di tessere ultime trattive con i ricercatori precari dell'università. Stessa fine per il ministro libico della Difesa Ignazio LaRussa, il quale è scappato a Roma, dove gode della protezione diplomatica italiana. L'on Cicchitto, Capezzone, Straquadanio, Gasparri, verranno ospitati questa notte in una tenda a Lampedusa. Vi sarebbero giunti con un barcone, guidato al largo del mediterraneo dal parrucchiere-timoniere Lele Mora, immediatamente arrestato mentre cercava di buttare in acqua il ministro Bossi, il ministro Gelmini, Maroni, la Carfagna (già pronta col costume da bagno e salvagente) e un altro centinaio di disperati fuggitivi considerati tutti dalla legge italiana clandestini. Bersani, dopo vere dichiarato nel centro della città liberata: adesso ci vuole un governo di emergenza nazionale è stato incarcerato nella stessa cella dell'ex califfo Pd Filippo Luigi Mohammed Penati e dell'ex onorevole Massimo Muammar D'Alema. Il giudice avrebbe motivato la sentenza con queste parole: la pena è giusta in quanto l'emergenza etica e politica sono proprio costoro. Qui da Tripoli e tutto. Vi restituisco la linea.

mercoledì 12 ottobre 2011

diariospycam / Giulio Tremonti

La verità è che nel Transatlantico questo pomeriggio mi è venuto proprio da pisciare. Giuro. Le toilette si trovano alla fine del corridoio. Apro la porta. Mi guardo allo specchio incorniciato. Mi pettino un attimo. Mi posiziono sul water. C'è un buon odore di pulito comunque. Tutto profuma qua dentro. Mi sbottono. Mi abbottono la patta. Mi lavo le mani.

E a un certo mi sento costretto a ritornare. Giuro che questa volta mi scappava. Ero già nel corridoio. Ho visto che Bossi in quel momento veniva intervistato.
Giulio... guarda che dobbiamo votare, mi ha detto Bossi. Sì, lo so. Un attimo ho risposto io. E mi dirigo ancora in bagno. Una volta dentro ho incrociato un leghista che si lavava le mani. Un'altro che rubava la carta igienica per portarsela a casa.
Guarda che dobbiamo votare mi ha detto pure lui. Sì, lo so. Un attimo soltanto. Mi scappa. Arrivo subito in aula. I bagni intanto erano occupati: eccoli, uno a uno sono usciti fuori i Responsabili. Fingevano tutti quanti una specie di diarrea. Mal di pancia. Uno ha scorreggiato. Scilipoti si lavava le mani. Un altro ancora si aggiustava le lentine a contatto. Mi ha chiesto addirittura se avevo della soluzione liquida. A me, che porto gli occhiali. Entro di nuovo in bagno. Scagazzo a tutto fuoco. Tiro lo scarico. All'uscita trovo quei due leghisti di prima più quattro Responsabili che stavano giocando a scopone scientifico. Il tempo di correre in aula... e niente. La votazione era già terminata, da un secondo. Quando si dice la sfiga.
Berlusconi uscendo mi ha fulminato con lo sguardo. Ma cosa ci posso fare, maledizione, se in quel momento mi scappava.

( Liberamente tratto e ispirato - interamente inventato - dal diario personale di Giulio Tremonti)

mercoledì 5 ottobre 2011

Il capitalismo val bene una mazza?



QUANDO I CARRI ARMATI sovietici invadevano Budapest e poi Praga e ripristinavano l'economia pianificata, in perfetto stile comunista, senza nessuna via d'uscita né per il capitalismo né per la democrazia, allora si richiedeva a viva voce un socialismo dal volto umano. Il mondo occidentale democratico gongolava, forte della sua rappresentatività, delle regole di mercato che fungevano da volano per lo sviluppo economico e il benessere dei suoi cittadini.
Insomma, tutto era chiaro. E così nella Polonia degli anni ottanta, gli operai picchiati e capeggiati da un "famoso" elettricista di Danzica, aveva ragione il sindacato Solidarnosc: i criminali stavano dall'altra parte, il torto coincideva con l'autorità, con la dittatura di Mosca. E fu così negli anni novanta. I carri armati a Pechino, gli studenti picchiati, arrestati. I cattivi erano i militari, i buoni quelli che chiedevano più democrazia. Era più che chiaro. Questo è chiaro sempre a Cuba, in Libia, nell'Egitto di Mubarak, nell'Iran teocratico, dove chi protesta è barbaramente arrestato, perché ovviamente non c'è democrazia.

COSA ACCADE INVECE quando è la democrazia a non avere il volto umano? Quando in Grecia - paese inventore della democrazia partecipativa - la pubblica opinione manifesta a ragione un vasto e legittimo dissenso? Cosa succede se questo popolo scende in piazza - agorà - vale a dire nel pubblico spazio che gli compete - demos - dove appunto le idee e il diritto di critica devono circolare liberamente? Niente di niente succede. Qui la regola si inverte. Qui vige la dittatura del mercato, esattamente come nei paesi sovietici vigeva la dittatura dell'economia pianificata. Chi protesta ha torto marcio. Va criminalizzato. Arrestato. Incarcerato. Costui è contro il sistema. Un sobillatore contro il piano economico di rientro della Grecia nei canoni stabiliti da banchieri e commissari non eletti da nessun popolo, un demos senza kratos.


NO TAXATION WITHOUT REPRESENTATION così inveivano le tredici colonie americane poco prima di staccarsi dalla madre patria e fondare finalmente un paese democratico moderno. Bene. Ma cos'è successo nel frattempo alla rappresentatività, al demos e kratos come elementi indiscindibili? E cosa dire di quei ragazzi allungati sul ponte di Brooklyn e che protestano davanti al tempio della borsa di Wall street? Ma perché hanno così torto? E perché vengono picchiati, arrestati, proprio come succedeva un tempo durante la Primavera di Praga agli studenti, agli operai di Danzica, ai giovani di Pechino, agli anticastristi?

FORSE UNA DITTATURA VALE UN'ALTRA, sia che si tratti di una dittatura comunista, teocratica o del mercato. Probabilmente qualunque dittatura si difende con la sua solita narrativa falsata e coatta, quella secondo cui i cattivi sono sempre gli altri, i nemici del sistema. Nelle teocrazie dunque, la polizia ha torto e il popolo ha ragione. Negli stati comunisti, vale da sempre la stessa regola. Strano però, nei regimi democratici invece vige la prassi opposta: la polizia ha ragione a picchiare la moltitudine e il popolo sovrano ha sempre torto. Paradosso bizzarro questo, delle moderne democrazie - governo del popolo, demos e Kratos. Alla faccia. Alla faccia. Alla faccia del popolo!

martedì 4 ottobre 2011

diariospycam / Sergio Marchionne

Se lascio la Confindustria non è mica perché ha stretto accordi con i sindacati italiani. No. Esattamente il contrario semmai. E' che me lo impongono i sindacati americani. E anche i padroni della Chrysler: sono loro che mi dicono cosa devo dire. Come devo vestire. Cosa produrre. Il dove, è scontato. A casa loro. Perfino il mio diario personale e l'agenda me la scrivono i sindacati americani e la Chrysler. Tutti i giorni. Mi scrivono così sul diario: domani sveglia alle otto. Prendi il caffè sottocasa e vieni in ufficio senza ritardo. Resterai in ufficio fino a che te lo diremo noi. Tu devi solo obbedire. Altrimenti ti prendiamo a schiaffi. Il resto della giornata lo trascorrerai come ti indicheremo noi. Insomma, il diario me lo scrivono loro. Io non sono padrone della mia vita. Di raccontare nemmeno la mia vita. Di organizzare, la mia vita. Non so neppure se questa è vita. Loro, dicono sì. E io accetto. Forse è l'ennesimo ordine e devo obbedire.

(Liberamente tratto e ispirato - interamente inventato - dal diario personale di Sergio Marchionne)