lunedì 18 febbraio 2013

Troiassea


All’interno del cavallo di legno si nascose la finanza globale con i ventisette commissari dell’Unione che avevano approvato i bilanci truccati e adesso assediavano Troia, sorreggendo ai truffatori la scaletta.  Poi, una volta dentro le mura della città, i banchieri scesero nel buio e pretesero gli interessi, ai cittadini storditi dal sonno che all’inizio non capirono: fu così che Troia bruciò. Ulisse, come premio per l’astuzia, fu nominato direttore della banca centrale. Omero fu accecato dai francesi. E qui finisce l’Iliade. L’Odissea in realtà è solo un protocollo ideato dai servizi segreti tedeschi per coprire l’infame mercenario di Itaca: che di fatto mai tornò in Patria, anzi, risposò una splendida modella di Zurigo; i principi che chiesero Penelope in sposa appartenevano tutti alla stirpe dei broker teutonici, i quali vantavano pretese territoriali oltre che sentimentali, sventagliando in aria titoli tossici e accaparrandosi risorse e bestiame, invano difeso da Telemaco, che dovette a un certo punto arrendersi e trasformarsi per sopravvivere in un canale commerciale che trasmetteva pubblicità di strumenti finanziari. Al contrario del mito tramandatoci erroneamente, i principi teutonici l’ebbero vinta. Penelope fu stuprata. E così le serve, a una a una. Nessuna vendetta li trafisse mai con l’arco. Tutte mitologiche bugie, quelle dell’eroe ritornato in gran segreto, travestito da elemosinante. Dopodiché i greci si convinsero nella geometrica inesistenza degli déi. Zeus non esiste. Il nazismo invece sì, esisteva ancora. Perché era riuscito a sopravvivere nei germi ancestrali della vecchia Costituzione ateniese, che lentamente si era tramutata in post-democrazia. D’altronde, perfino Pericle diventò un tiranno. E perfino Hitler, raggiunse il potere legittimato da libere elezioni.
 
(Diego Parigi, Troiassea pag. 221 ed. Iperborea 2012)