lunedì 15 aprile 2013

L'art pour l'art, la rue pour la rue

 
LETTERA APERTA A PIER LUIGI SACCO

(DIRETTORE DI CANDIDATURA DI SIENA CAPITALE EUROPEA DELLA CULTURA 2019)


Egregio direttore,
l’altro giorno l’artista Clet Abraham, francese, figlio dello scrittore Jean-Pierre Abraham, è passato da queste parti. Come è risaputo in tutta Europa, non esiste metropoli al mondo dove questo artista mette piede senza lasciare un segno: la sua missione è trasformare la segnaletica stradale in un’opera d’arte. Lo ha fatto da Firenze a Milano, dentro e fuori dall’Italia. Normalmente succede che l’indomani la città si risveglia e se ne parla in giro o sui giornali, nei bar: c’è naturalmente chi è a favore, chi è contro. Chi ha più senso estetico oppure chi né ha meno. Sia come sia, l’evento genera una vaga curiosità argomentativa sopra un bizzarro artista-sonnambulo che mentre tutti dormono trasforma qualunque segnaletica in opera d’arte. Resta inteso che si tratta di lavori realizzati attraverso sticker stampati dal computer, quindi facilmente rimovibili, non deturpano l’ambiente, è pura Street art . Diciamo che si tratta di una installazione on the road improvvisata per spettatori involontari e vittime quotidiane della routine del traffico stradale.
Qui a Siena, candidata a città Capitale della Cultura 2019, evento in fieri di cui lei presiede degnamente i preparativi, non è successo assolutamente nulla. Giornali locali, zero. Discussioni, meno di zero.  


LEGGO INVECE ieri su un giornale a tiratura nazionale, Il Corriere della Sera – inserto domenicale – un lungo articolo dedicato all’artista francese corredato da deliziose foto dei suoi “ri-creativi” segnali stradali convertiti da oggetto d’uso quotidiano in autentica opera d’arte.
Arte, una strada a senso unico è intitolato l’articolo di Stefano Bucci. Quasi un’intervista in cui Clet Abraham si racconta. Ne viene fuori un coraggioso ritratto dell’artista da giovane, il quale, sulle orme dei Grand Tour di gloriosi artisti del passato si è lasciato affascinare dai nostri luoghi e ha scelto l’Italia come bersaglio estetico per eccellenza. E la Toscana, più di ogni altra cosa.

 
A SIENA: storico luogo di soggiorno di pellegrini che sulla scia della via Francigena hanno lasciato le impronte delle loro mani sopra icone religiose, dove gli stessi hanno immortalato i loro simboli contro le pareti della Cripta, su cui perfino la cera liquida di quei millenari lumini votivi è rimasta ancora appiccicata. A Siena: città attraversata dai chierici vaganti in lungo e in largo per l’Europa, dove artisti-viandanti hanno dormito lasciandovi ritratti o stupende pale d’altare dipinte di passaggio. Ecco, in questa stessa città, oggi, i segni distintivi del post-moderno Clet Abraham, artista francese, vengono immediatamente cancellati come se si trattasse di un graffitaro alle prime armi e dedito alla delinquenza abituale, un imbrattatore metropolitano di infimo ordine. Sì, i suoi segni sono stati quasi tutti rimossi dopo appena 12 ore dai vigili urbani, caso unico in tutta Europa. Inoltre, e questo è peggio, non c’è stato alcun dibattito al riguardo.


MA COME E' POSSIBILE che ciò accada in una città che per secoli ha insegnato l’arte e l’architettura al mondo intero? La città di Duccio, che ha insegnato il gusto e il senso estetico ai sovrani di mezza Europa. La città in cui il poeta Cecco Angiolieri si prendeva le sue belle sbronze notturne con il musico Casella, celebratissimo personaggio nel Purgatorio dantesco in un mirabile Canto della Divina Commedia. La città dove Cecco ha scritto i suoi sonetti più “maledetti” circa sei secoli prima dei “maudits” francesi. La città che ha ispirato scrittori del calibro di Henry James, Charles Dickens, Nathaniel Hawthorne, Stendhal, il premio Nobel Albert Camus. E qui smetto, perché la lista sarebbe troppo lunga da allegare. Mi chiedo perché mai una città del genere debba cancellare i segni di un artista. Dove è finita la sua superba cultura, mi chiedo, che per secoli ne ha segnato la storia. E il culto del bello, che l’ha sempre contraddistinta? E l’interesse estetico per il sublime?

 
L'AMMINISTRAZIONE DI DENVER – leggo sempre sul Corriere della Sera – si è dimostrata sempre molto comprensiva nei confronti di Clet Abraham, detto The Signtologist, che si è cimentato nel recupero delle periferie, tutto all’insegna del riciclo e dell’eco-friendly”. E poi si legge in una didascalia laterale:“l’artista in Piazza Signoria a Firenze” accanto a lui ci sono due carabinieri che lo lasciano indisturbato conficcare un cuore artistico nella freccia unidirezionale d’un segnale stradale dallo sfondo azzurro.
E qui in piazza del Campo invece? Niente le dico. Non è rimasto attaccato un bel nulla. Tutto cancellato poche ore dopo l’incursione. La stessa sollecitudine non ha riguardato invece gli annosi adesivi di Casa Pound, che restano ancora incollati su alcuni segnali. Domanda: che cosa occorrerebbe fare per tirare fuori nuovamente quel naturale senso estetico dal DNA senese? Come mescolare l’antico col moderno, il sacro col profano: come rinnovare, quel raffinato gusto che la città ha insegnato al mondo intero e che ha trasformato nei secoli i suoi stessi abitanti da cittadini privilegiati in custodi gelosi del proprio museo en plein air. A me piacerebbe davvero tanto ricevere una risposta al riguardo egregio direttore, data la stima che nutro nei suoi confronti.
 
 
MA QUANDO SI PERDE LA BUSSOLA dei valori estetici e quel vecchio modello di cittadino ideale viene alterato, se non privato addirittura della sua stessa missione identitaria, è giocoforza che un vigile urbano in servizio finisca per confondere un celebre Street artist per un volgare teppistello da strada.
Siena quindi vorrebbe candidarsi come prossima Capitale europea della cultura nel 2019. E ciascuno farà la sua parte, rimboccandosi le maniche. Nessuno si sottrarrà né negherà la sua mano affinché la sfida continentale raggiunga gli esiti più ragguardevoli. Ma con quale pretese però se il senso estetico collettivo sta diventando una merce sempre più rara, se non addirittura una qualità in via d’estinzione.

LA CITTA' DI DUCCIO ha bisogno di una doccia d’arte egregio Direttore. Una doccia catartica, per rigenerarsi dai titoli tossici del Monte.
L’augurio è che ciascuno torni a ispirarsi a quel modello di cittadino ideale, educato dalle sue stesse pietre, dagli spigoli delle sue imponenti facciate. Niente di trascendentale ciò che dico, dato che questa idea appartiene non a me bensì a scrittori ben più navigati come David Herbert Lawrence e Aldous Huxley.
Il fatto è che se non si educa al gusto, se non si promuove il gusto come un accattivante gelato da mostrare in vetrina con orgoglio, mai nessuno spenderà un centesimo in favore dell’arte. Nessuno la considererà come un patrimonio comune, come unico modello di sviluppo economico sul territorio sia nel tessuto urbano che rurale. Se non cominciamo da noi: baristi, camerieri, negozianti, docenti, artisti, scrittori, intellettuali: dai contradaioli agli autisti di autobus, dai fantini agli studenti, dai barbareschi ai cavallari di professione e via dicendo. Insomma, se non cominciamo da noi, mi dice quali altri soggetti potrebbero farlo: i politici forse, gli stessi malloppisti bipartisan che hanno depredato e saccheggiato la città?
Non crede lei, egregio Direttore, che sia compito della creatività reinventare il futuro di una società, specie quando la finanza creativa l’ha ridotta sul lastrico?

 

I più cordiali saluti e buon lavoro.

Alfonso Diego Casella