venerdì 12 febbraio 2016

Villa Lindenegg


 

( Sul perché una lumaca non si traduce escargot)

 

 di Alfonso Diego Casella

 

I

 

QUANDO ALLA alla reception la ragazza bruna, coi capelli legati dietro ha detto scusateci, la stanza non è ancora pronta qui, a  Villa Lindenegg, tranquilli abbiamo risposto va bene, che vogliamo lasciare solo le valigie: e poi, se ci poteva indicare per favore dove trova l’Istituto Letterario della Svizzera. Lo sapeva?

Sì. Di qua. Non ci potevamo sbagliare ha detto lei.

Faubourg du lac numero 99.

Si poteva scendere perfino dal giardino, dove spuntava una scorciatoia segreta qualora dovessimo trovarci in ritardo.

DI LA' ci sta il cancello, l’entrata ufficiale. Un vialetto di case con giardino. Poco più avanti spiccano i mattoni del teatro comunale, il mercatino biologico della frutta e verdura e poi la casa dove ha soggiornato Rousseau.

Al teatro comunale ci siamo venuti l’anno scorso, a vedere Thomas Bernhard. Recitavano Der Theatermacher.

L’attore era un tipo corpulento, con l’impermeabile chiaro.

C’era la regista sulle scale mi ricordo, ci stava aspettando quando scendemmo dal taxi che dalla stazione ci traghettò a teatro.

E pioveva.

E LA REGISTA stava là. Ferma. In cima alle scale, sotto la porta, con i biglietti numerati in mano. E ce li regalò nel punto esatto dove in questo stesso istante stiamo passando noi. Che facciamo la strada più lunga, perché vogliamo visitare la città.

Naturalmente c’era anche il cane della regista quella volta. Hiob, è così che si chiamava questo Labrador.

Il cane della regista aveva il pelo nero. E lui aveva pisciato qui, a fine  spettacolo, quando avevamo passeggiato assieme alla regista verso l’hotel.

Arrivammo proprio fino a questo giardino.

A Villa Lindenegg, era buio, l’albergo era aperto.

Era l’inizio di gennaio, la donna alla reception doveva essere la stessa.

E c’era il cane della regista, aveva alzato la zampa e aveva pisciato nel giardino della Villa Lindenegg, esattamente un anno fa. Di notte.

Allora ho guardato la facciata del teatro e mi sono ricordato di aver detto che secondo me la scrittura di Thomas Bernhard è pura delizia. La scrittura di Thomas Bernhard è una immensa unghia incarnita nell’alluce ipocrita della coscienza europea.

E la regista aveva detto sbrigati, perché dobbiamo portare il cane a pisciare.

ALLORA AVEVAMO seguito un vialetto,  quello che porta nel giardino di Villa Lindenegg, dove appunto dormiremo  questa notte io e Anne-Pascale. Praticamente nella stessa camera dove aveva dormito la regista, e cioè quella più spaziosa con il caminetto di marmo e la vista sul giardino.

E il cane passeggiava esattamente qui, dove stiamo passeggiando noi, dentro una mattina invernale di gennaio, a quasi un anno di distanza. E tra mezz’ora ci tocca di scendere laggiù, a partecipare alle Bieler Gespräche.

Per il nono anno consecutivo, scrittori e traduttori di tutta la Svizzera si incontrano qui a Bienne per un’esperienza di scambi e riflessioni intorno alla creazione letteraria.

Così recita la brochure in tre lingue, come accade nei menu à la carte.

Wir freuen uns, Sie am kommenden Samstag.

Nous nous réjouissons de vous retrouver ce samedi.

Siamo felici di ritrovarvi tutti sabato.

E OGGI APPUNTO è sabato. Eccolo qua l’Istituto letterario. Lo abbiamo trovato. È la villetta stile Liberty al numero 99, quella disposta su tre piani. Tutto intorno c’è un giardino, in alto si vede la chiesa. Il lago deve essere laggiù. Fa freddo. C’è un virus dicono. C’è l’influenza in giro stanno ripetendo tutti quanti al momento del caffè. E infatti il poeta vincitore ha la febbre.

Così è stato intervistato per telefono. Il telefono è stato collegato a due casse.  Parlava col naso, discuteva con le traduttrici col naso chiuso. E anche i traduttori e le traduttrici rispondevano così, per via che loro parlavano francese.

DAVIDDI ALLORA ha letto da lontanissimo, da Chiasso addirittura, col naso chiuso, lungo disteso nel letto a casa sua, mentre traduttori e traduttrici rispondevano seduti, a Bienne, intorno al tavolo.

Le onde magnetiche a distanza, ci spedivano più che mai metallica quella voce che ricalcava il foglio. Così, come un pacco postale aperto.

 

II
 

IL POETA ALLORA ha sillabato lentamente:

La  strada che va al Gaggiolo è piena di distributori di benzina, negozi di cambio e compravendita d’oro, ai lati fabbriche e ampi parcheggi, bar piattaforme di macchine usate e qualche semaforo durante il percorso, al cartello tre i cinquanta e i sessanta tranne l’ultimo tratto ti sembra di salire in un mondo che non hai mai conosciuto e arrivare al confine non è solo cosa da uno Stato all’altro ma la ricorrenza che a ogni momento fa di questa vita un sogno, un’idea lontana; perché, anche tra migliaia di frontalieri qui per lavoro capita di percorrerla e il dire di te di quanti hai conosciuto e perso, di quelli che potrebbero salutarti e non ci sono fa la differenza, incide. Dallo specchietto ti aspetti qualche immagine di prima, rassicurante, una vita riparata non so dove, una vita che torni almeno a diradare tutto, mentre vai avanti.

A questo punto la presentatrice con gli occhiali ha chiesto se per favore ci leggeva un altro pezzo, sempre col naso.

E lui ha detto sì. Volentieri. Anche se aveva la febbre.

Sia benedetto il disordine ha sussurrato Daviddi, per tutto quello che non abbiamo fatto e lui ha fatto per noi, sempre allegro fino alla malattia, alla morte, alla consunzione che è un tratto periferico, lo sappia chi vuole la pulizia perfetta, la scala tirata a lucido; ci accompagni mentre si pensa al peggio e non succede, venga verso di noi e rida.

A UN TRATTO è partito l’applauso.

A un tratto ho immaginato la stanza di Daviddi. Piena di virus influenzali e medicinali buttati  per terra, e calzini sporchi, un valigia disfatta e poi interrotta, perché doveva venire qui e è rimasto a casa. Lo abbiamo salutato.

Nel primo pomeriggio ho assistito al seminario di Isabelle Sbressa, al terzo piano, lei è quella lì che aveva scritto in francese: le troc troc troc réguliers des achats-ventes rivalisent de superbe, les yoeux sur une vague contrat-paraplui…

A questo punto c’è qualcuno che ha tradotto: klack klack klack.

C’è chi ha tradotto in italiano i barat barat barat.

Oppure klamm klamm klamm.

O ancora Klappt klappt klappt. Tauschen von tischen und tauschen.

Tutti discutiamo a lungo. E Isabelle ha gli occhiali tondi.

Ascoltiamo il testo dalla sua voce, sottile, dal vivo, discutiamo ancora sul perché hanno tradotto così.

E così?

E così?

E così?

MA ADESSO basta per favore. Non ne posso più, ho fame. Il buffet è ancora sotto. C’è potage. Insalata di pasta. Di riso. Formaggi freschi dall’Alsazia. Kartoffeln. Ognuno ha portato qualcosa.

La sera si legge finalmente al centro Pasquart, c’è ancora nessuno dietro alle vetrate. Solo sedie, sedie vuote. Un microfono sul tavolo in fondo.  La sala è ampia.  Un uomo seduto alla cassa. Entriamo gratis, con un pass. Appendiamo i cappotti. Allora cominciano ad arrivare quelli delle Bieler Gespräche. E la sala si riempie di corpi, altri cappotti da appendere, le sedie vuote che sistemano quei corpi. E le luci si abbassano. Tutto comincia. Parla Camille in francese, parla Christoph in tedesco. Li segue Sándor, che traduce in italiano. Poi attacca il ragazzo con la barbetta tagliata a misura, che fa parte del gruppo di Caratteri Mobili. L’avevo conosciuto nel pomeriggio, nella sala del piano terra durante il laboratorio di scrittura collettiva.

ADESSO QUEL racconto condiviso stava appeso al filo, come un panno umido d’inchiostro, steso ad asciugare, mentre al microfono leggevano altre voci, in ordine sparso.

Così si è alzato il ragazzo italiano, il biondo. E subito è cascato terribilmente, da farsi male, a terra, in mezzo alle sedie. E c’era il panico generale. E tutti a dire ti sei fatto male, ti sei fatto male. E lui, ahia dice… madonna mia, madonna mia. Che sì, si era fatto male dice lui.

E invece no, si alza, cammina con una gamba sola e comincia a recitare da Commedia dell’Arte, da Arlecchino, da Pantalone o che sembra addirittura un Pulcinella senza maschera e senza bastone, con una voce tutta storta e l’altra gamba dritta infilata in orizzontale, come se stesse seduto su se stesso.   

E’ una voce che gracchia forte e fa ridere allo stesso tempo, recitava il monologo del dito così come aveva recitato la caduta, confondendo la parola con lo scherzo simulato.

ALLORA HO CAPITO che la scrittura non è calligrafia soltanto. E nemmeno parola ben stampata. È men che meno è il genio della lampada virtual-digitale.

A volte la scrittura è solo oralità. È il corpo di chi legge. Non è il corpo del testo, ma è quello performativo, disallineato, che fa evaporare la pagina nell’aria senza che ci venga restituita tale e quale. Del resto, è la faccia dell’attore l’ortografia di ciò che vuole raccontare.

 
 

III

 

ALLA FINE DI TUTTO ce ne restiamo a bere vino e liquori svizzeri forti, così a un certo punto quelli del bar devono chiudere, è troppo tardi dicono. Devo aver bevuto troppo, non so nemmeno che ore sono. È mezzanotte? È dopo?

Raccogliamo i cappotti, svuotiamo la sala e ci buttiamo tutti nel freddo della strada. Ci abbracciamo all’incrocio con il poeta slam, quello mezzo dadaista, mezzo Pulcinella, mezzo Arlecchino, mezzo Pantalone e abbastanza Petrolini, ma anche molto se stesso.

Ci salutiamo così, addio.

Lo vediamo allontanarsi dinoccolato nella notte, lui, giovane talentuoso: Marko Miladinovic, poeta slam, magro, biondo, sotto la luce dei lampioni che lo dimagrisce ancora di più e che lo fa sembrare ancora più lontano di quanto cammini.

QUANDO TORNIAMO al giardino di Villa Lindenegg, mi sono fissato che volevo calcolare il punto geometrico preciso dove l’anno scorso ha pisciato il Labrador; e così ci siamo fermati, io e Anne-Pascale, in mezzo all’erba, a controllare le misure centimetro dopo centimetro: eccolo qua l’epicentro, qui ha messo la zampa, è contro questo cippo, no, non ci potevamo sbagliare.

Allora abbiamo telefonato alla regista. La regista si trovava a Saarbrücken, quella sera aveva la replica teatrale di Hiob, tratta dal romanzo di Joseph Roth.

E il cane chiamato Hiob adesso stava sottoterra, da parecchio tempo ormai; era morto durante l’estate, a Basilea, il veterinario gli aveva iniettato una puntura di domenica. E zac, quello si era addormentato di colpo, la regista aveva pianto, il veterinario era sceso in ciabatte nel sotterraneo del suo studio, faceva troppo caldo, il cane non poteva muoversi. 

ERA RIMASTO disteso sul sedile della macchina, poi lei si era messa a lavorare con lo scenografo alla riduzione teatrale di Hiob. Tagliavano pezzi e pezzi del romanzo. Era una forma di anatomia letteraria, una malattia, sezionavano i corpi dei personaggi senza nessuna anestesia.

Mutilava giorno dopo giorno Joseph Roth, e lo faceva per dispetto. Per digerire meglio il trauma. Egoisticamente, per elaborare meglio il proprio lutto. Sperimentavano la scena della neve. Discutevano a lungo che forse avrebbe bagnato il palcoscenico.

E allora lei dormiva sempre più spesso dallo scenografo, lavoravano giorno e notte all’allestimento dello spettacolo. Ecco perché adesso si trovavano entrambi a Saarbrücken. A casa non tornava più, non riusciva più a dormire nella camera, non voleva più vedere la cesta dove dormiva Hiob.

A QUESTO PUNTO ho passato il telefono nelle mani di Anne-Pascale, perché io volevo pisciare esattamente lì, dove aveva pisciato il cane l’anno scorso, quando cioè la regista alloggiava in questo stesso hotel, a Villa Lindenegg, nella stessa stanza dove dormiamo noi quest’anno e invece l’anno scorso rappresentavano Der Theatermacher, qui a Bienne, di Thomas Bernhard, nel teatro comunale dove siamo passati stamattina.

Mentre loro pigolavano a telefono, ho calibrato bene il punto, ho preso la mira a gambe divaricate, come se avessi un bersaglio da colpire, oppure avessi una pistola ad acqua nascosta qui, in mezzo ai genitali. Ma niente, quando ho aperto la patta dei miei pantaloni, ho notato in mezzo all’erba una crosta che brillava alla luce della luna, risplendeva lucida, come una ciocca di neve.

ERA UNA LUMACA, che sgusciava bavosa con le antenne e si trascinava come una roulotte, con la sua casa appresso.

Deve essere il cane morto ho pensato subito, è il cane della regista reincarnato in lumaca. È la traduzione creativa del vecchio Labrador defunto. Ecco, questo ho riflettuto nella stanza a voce alta.

Dormi, ha detto Anne-Pascale, sei ubriaco.

Macché ubriaco ho replicato io. Anzi, se è vero che ogni corpo si reincarna in un altro corpo, per onestà filologica dobbiamo ammettere che qualunque forma vivente è la mera traduzione letteraria del corpo che lo ha preceduto dentro un'altra vita.

Bella questa, ha detto Anne-Pascale, la racconteremo agli amici delle Bieler Gespräche. Ti capisco ha detto. Sapessi come ti capisco. Capiva insomma che io sarei stato capace di credere in qualsiasi cosa, pur di continuare a non credere più in niente.

LA MATTINA DOPO però la lumaca stava ancora là, sopra la scrivania della stanza a Villa Lindenegg, riposava immobile accucciata contro il marmo del camino, proprio nella stessa camera in cui aveva dormito la regista.

L’ho infilata in una scatola, applicando dei forellini al centro, in modo tale che potesse respirare durante il viaggio, ho affastellato dentro qualche filo d’erba, perché riuscisse a mangiare. E ce la siamo portata via in macchina, fino a Basilea. A Heuberg n. 44, dove convivo more uxorio da quasi sette mesi con Anne-Pascale.

Sì, me ne sono venuto qui a fine luglio, appena dopo che ho lasciato la regista. Dopo dodici anni di matrimonio. Il cane era morto da tre settimane.