domenica 6 novembre 2016

Fire Brexit, fuoco amico



di Alfonso Diego Casella 
Cosa deve fare l’integrazione europea per porre fine alla propria disintegrazione?
 

ULTIMAMENTE – sarà la moda del momento - tutti si ingozzano di parole come Brexit, Trattato di Lisbona, competenza a ratificare: tocca per esempio al parlamento o al governo? Testa o croce? Nei sondaggi salgono gli Euroscettici o gli eurobombastici? Gli euroscettici sono quelli che  insultano Bruxelles. Scrivono Fuck Ue sui muri. Postano sui social media slogan come Fire Exit. Non ragionano. Gli eurobombastici invece copiano e incollano l’articolo 50 del trattato di Lisbona da internet e pontificano su blog e sui giornali travestendosi da esperti dell’ultima ora. In una cosa sola entrambi si assomigliano. Né gli uni né gli altri hanno mai consultato le norme illeggibili che piovono imperative da Bruxelles. E se è per questo, nemmeno i parlamenti che le hanno ratificate hanno letto mai una rubrica di ciò che approvavano. Altrimenti ci avrebbero ripensato un attimo.

Al momento è tutto un coro di populismo qua. Populismo là. Articoli indignati ci spiegano due o tre cose che dovremmo sapere sul referendum inglese. Che prima naturalmente non sapevamo. Tuttologi, economisti apocalittici, lobbysti, ex ballerine, esperti e vip di ogni genere tifano Europa  affondando la penna al posto della lama con ragionamenti di primo pelo. A sentire loro insomma un referendum popolare non è poi tanto popolare quando lo si perde. Perché viene ribaltato il suo significato originale e per definizione si tramuta in una volgare accolita di ubriaconi convocati a una consultazione populista. Diventa l’unica arma che l’antipolitica e gli euroscettici hanno a disposizione per distruggere la cosiddetta Europa democratica. Costoro sarebbero rozzi. Ignoranti. Cafoni con l’accento cockney. Lettori appassionati di Tabloid degni del loro status sociale di pezzenti. Bestemmiatori. In una parola, uneducated people. E per fortuna spunta d’un tratto la coraggiosa imprenditrice calata dall’alto. Badate bene, una. A dispetto dei molti che hanno votano. E la coraggiosa imprenditrice, non vuoi che cambia le carte in tavola? Zac, colpo di scena. La corte inglese accetta il suo ricorso. Davide contro il populismo gigantesco  di Golia e cioè di chi non capisce niente.
MA COSA VUOL DIRE esattamente populismo? Usciamo un attimo dagli stereotipi e dalla più asettica etimologia della parola e mettiamola così. Ecco, diciamo che per populismo si può intendere una qualunque verità di fondo esautorata dalla sua stessa esagerazione. O meglio, una verità manipolata dell’esasperazione e dal livore di chi la riferisce. Un torto subìto ma purtroppo espresso male.  Un fatto vero strillato in maniera talmente esagitata da apparire alle orecchie di ascolta troppo inverosimile, essendo colui che ascolta, abituato a ragionare con la calma del pensiero. Eppure il populismo possiede la rabbia che il ragionamento pacato non ha. Suscita emozioni confuse, istiga il subconscio collettivo. Commuove vagamente. Infervora le masse e le massaie. Stranamente ha un lato oscuro che lo avvantaggia rispetto a ogni altra forma di comunicazione politica: la forza della narrazione triviale, un ingrediente questo che può essere dato in pasto a chiunque. È altamente digeribile. È statisticamente commestibile nei sondaggi - truccati e no.



E’ COSI’ CHE che la pancia del paese finisce per rigurgitare bava dalla bocca al posto di frasi con un senso compiuto. È così che alla fine si confonde il digerire col ragionare. Il bolo da masticare con la lingua da articolare. E più la pancia spinge il nutrimento della propria verità di fondo verso i fondali del proprio intestino crasso, meno il cervello riflette su quella stessa verità originaria che ha scatenato la rabbia iniziale. Impossibile, è divenuta ormai una verità irriferibile e perciò destituita da ogni fondamento.

È stata questa la  prima lunga elucubrazione a freddo  (badate bene, non a  caldo) qualche tempo dopo la scellerata Brexit, il tanto vituperato referendum inglese con tanto di articolo 50 del Trattato di Lisbona spuntato alla ribalta dalle Corti inglesi con tanto di parrucca. E via via la questione tecno-comica se è competente a ratificare il governo oppure il parlamento. 
Ma piuttosto che ragionare sui cavilli, forse sarebbe meglio rinfrescare un po’ la memoria storica e statistica. Tanto per cominciare. Quanti referendum sono stati indetti finora? Per quale ragione? Qual è stato il loro risultato? È stato rispettato questo risultato?  Perché non è stato mai rispettato?



ECCO ALLORA CHE tornando sulla parola populismo ci si rende tristemente conto che, a prescindere dal suo contenuto formale estremamente negativo, vi è ancora un residuale elemento di positività che inquieta e fa pensare.  Ricordiamolo, il populismo contiene comunque una verità di fondo. Sarà manipolata quanto vuoi, estrema, esagerata quanto ci pare, dilatata fino all’ennesima potenza, fino al punto da non riconoscerla più. Questo non importa. Innegabilmente ogni populismo contiene in sé un elemento di pura e genuina verità iniziale. Quasi una sorta di Massima di Comune Esperienza riconosciuta da ciascuno e poi ingigantita dalla stessa vox populi che nel riconoscerla la distorce e si erge a vox Dei. 

Stando così le cose, possiamo imbastire tutte le perle di saggezza contro gli euroscettici, contro i detrattori di Bruxelles, contro i titolisti dei tabloid britannici, contro gli scorreggioni che fanno pubbliche pernacchie nelle piazze oppure a Hyde Park corner. Rimane comunque un dato tristemente incontrovertibile: esiste purtroppo una quota residuale di verità in ciò che costoro dicono.


Il caso inglese in effetti è un lapalissiano déjà-vu del referendum francese e olandese. I due referendum che avevano già affossato all’epoca la famigerata Carta Costituzionale europea. Il nostro sacrosanto “diritto alla felicità” che nessuno si è degnato di leggere per intero. Perché se qualcuno si fosse azzardato a farlo, avrebbe scoperto che di felicità non si parlava mai. Anzi, c’era poco da stare allegri in quella Carta. Quella finta Costituzione era di fatto un ammasso di trattati vecchi e nuovi e concretamente il nostro primo proclama continentale al sacrosanto diritto all’austerità. Altro che felicità.



QUALE FU IL RISULTATO di quel referendum? No. Vinsero i no. E l’Europa? Niente, l’Europa dei popoli andò avanti per la sua strada senza nemmeno degnarsi di commentare il risultato del popolo francese e olandese. Non solo, la Carta Europea venne prontamente sostituita dal Trattato di Lisbona. Come dire, cambiando l’ordine dei trattati, il prodotto non cambia.

Medesimo scenario si verificò col referendum irlandese contro il Trattato di Lisbona. Risultato identico. Anche qui nessuna considerazione. Ancora una volta, senza avanzare un minimo dubbio il signor Sarkozy e la signora Merkel replicarono con convinzione che le riforme contenute nel trattato in questione erano necessarie per rendere l'Europa più democratica e più efficace.  Bella questa: non rispettare il risultato di un referendum popolare per poter rendere l’Europa ancora più democratica! Quasi un ossimoro. Il portoghese Barroso invece aggiungeva: “Si vada avanti lo stesso”

E cosa aggiungere sulla valanga di No uscita dalle urne greche, sul referendum voluto da Tsipras nel 2005 se bisognava accettare o meno le condizioni poste da Bruxelles? Niente. Anche lì il popolo greco fu snobbato completamente. Ai referendum europei vince puntualmente chi perde. È questa la regola. Perché a Bruxelles, non vince mai chi dovrebbe decidere. A vincere a Bruxelles è il decisionismo. Il decisionismo tecnocratico e funzionalista – fintamente parlamentare e ipocritamente intergovernamentale.

E così si potrebbe continuare citando perfino il più recente referendum pre-Brexit, quello in cui i Paesi Bassi hanno detto no all’accordo Ue-Ucraina. Considerazione, zero. E qui si potrebbe aggiungere anche il referendum danese, perché no.

A questo punto va detto, per amor di statistica e di verità: l’Europa dei popoli, non ha quasi mai vinto un referendum. E non solo non ha mai incassato un vero Sì, ma in cambio non ha mai rispettato nessun No. Il popolo sovrano non è mai stato considerato una controparte contrattuale effettiva dell’Europa. Se di contratto sociale vogliamo parlare. E medesima strafottenza si sta verificando in questi giorni in Gran Bretagna, dove grazie a un ridicolo cavillo giuridico tirato ad hoc si sta per stravolgere la decisione di un referendum legale. La strategia?  Simulare mediaticamente una sorta di duello-pantomima tra governo e parlamento. Un braccio di ferro patetico, poiché ogni persona sana che mastica qualche vaga nozione di diritto  sa perfettamente come andrà a finire. Spetta al parlamento, è chiaro. Benché un parlamento che si rispetti, non dovrebbe far altro che ratificare una palese volontà popolare, essendone appunto la legittima espressione. Ma pazienza, nell’Europa dei popoli il popolo conta meno di zero. Non è una controparte. Il contratto sociale europeo è un atto multilaterale. Le controparti sono davvero molte, variegate, non sempre visibili, e il popolo viene per ultimo nella lunga lista dei potenti contendenti.


E COSI’, PIU’ VA AVANTI la triste pantomima giudiziaria, più il populismo si carica di odio. Di sfoghi isterici e primitivi. Di stimoli e istinti che nutrono la pancia del paese. Nulla si promette però in termini pratici. Nessuna soluzione democratica da intraprendere a breve termine. Il deficit economico continuerà a prevalere come priorità su quello democratico. E il libero mercato sulle libertà personali dei cittadini. L’Unione Europea – va detto doverosamente e con cognizione di causa – da un punto di vista giuridico formale e sostanziale non è una organizzazione democratica. Eccola qua la triste verità  Non esiste una reale tripartizione dei poteri.  L’uno interferisce con l’altro. L’uno si sovrappone all’altro. L’uno sostituisce l’altro. Si tratta di poteri asimmetrici. Paralizzanti. Non è mai esistita nessuna base solidamente democratica e partecipativa. Men che meno una autentica pubblica opinione post-nazionale. Paradossalmente ( e anche provocatoriamente ) se l'Europa dovesse chiedere all'Europa stessa di entrare in Europa, rischierebbe di venire automaticamente esclusa perché come ordinamento è incapace di rispettare il criterio di democraticità che essa stessa ha posto in essere a Copenaghen nel 1993, in previsione dei parametri di accesso da riservare a ogni stato candidato all’Unione, che a regola, dovrebbe seguire la via della democraticità delle proprie istituzioni, come prerogativa prioritaria.


NON SONO I POPULISTI pertanto a cavalcare l’antipolitica, è l’Unione europea purtroppo a essere una creazione fantapolitica, senza alcun fondamento giuridico. Uno stato senza alcun elemento costitutivo. Una entità astratta,  oscura e indefinibile che ha abortito ( e non partorito ) una moneta continentale senza stato. Provate un po’ voi a immaginare un non-stato che emette sul mercato moneta vera, ma non essendo uno stato normale non può nemmeno stamparla!

E infine, prima di concludere, come trascurare i curiosi destini incrociati dei commissari europei quando terminano il loro mandato? Prendiamo il destino dell’ex presidente della commissione Barroso per esempio, che attualmente lavora alla Goldman Sachs. E quello dell’ex commissario Neelie Kroes, che lavora alla Uber. E così quello dell’ex commissaria Hedeegard che va a lavorare per la Volkswagen. Storie di una conflittualità debordante, fra incarichi tenuti all’epoca e carriere che ricalcano le stesse orme dentro cui un tempo legiferavano in senso inverso. E dài, il controllore che va a lavorare dal controllato, ma questo fa un po’ sorridere. Anche qui, la più recente  risposta calata dall’alto è stata tanto semplicistica quanto mai inequivocabile: “non vi è alcuna incompatibilità”. Ma ciò non spiega nulla. Semmai confonde e semina ulteriori sospetti. Alimenta ragionamenti populisti e complottisti. Dov’è la trasparenza democratica, dove sta l’incompatibilità, l’onorabilità?

PERTANTO NON RESTA nient’altro da dire. Chi semina post democrazia prima o poi raccoglie populismi. E ben gli sta a questo punto. Napoleone diceva in vita: “ la politica è il destino”. Esattamente il contrario di quanto sosteneva Altiero Spinelli, padre fondatore e creatore con Ernesto Rossi e Colorni del Manifesto di Ventotene.

Altiero Spinelli sognava per esempio che un bel giorno questo nostro continente sarebbe diventato “una comunità di destino”. Come sappiamo, non lo è mai diventato. Anzi, è la politica sotterranea, oscura, sottobanco, che è tornata a essere il destino.

È proprio qui che l’Unione Europea deve compiere una scelta cruciale se vuole davvero sconfiggere i populismi e i fascismi che avanzano. Deve scegliere un modello ideale di democrazia. Sì, deve decidere a quale tipo destino affidarsi. E la scelta è semplice, deve scegliere tra Napoleone e Altiero Spinelli.